La tecnologia promette di prendersi cura: la differenza tra assistenza e presenza
Supportare non significa esserci. La cura nasce dove la tecnologia si ferma e la relazione resta.
Matteo Benevento
7/26/2024
Nel linguaggio che accompagna l’innovazione tecnologica in sanità, la parola cura viene usata sempre più spesso. Sistemi che assistono, monitorano, accompagnano vengono descritti come capaci di prendersi cura delle persone. L’intelligenza artificiale (IA), in particolare, viene presentata come una presenza costante, attenta, affidabile. Ma proprio qui si apre una distinzione fondamentale: assistere non è la stessa cosa che essere presenti. L’assistenza riguarda il fare. Supportare una funzione, segnalare un rischio, ricordare un appuntamento, suggerire un’azione. L’IA svolge molto bene questi compiti. Li svolge senza stanchezza, con continuità, spesso con maggiore precisione di quanto sia possibile per un essere umano. Ma la presenza riguarda lo stare. Essere presenti significa condividere un momento, riconoscere un vissuto, sostenere una decisione anche quando è difficile. Questa dimensione non è automatizzabile. Dal punto di vista clinico, confondere assistenza e presenza può portare a una medicina formalmente efficiente ma relazionalmente povera. Un sistema può monitorare parametri in tempo reale, ma non coglie il senso che quei parametri hanno per una persona. Può segnalare un peggioramento, ma non accompagnare la paura che ne deriva. La cura, però, non è solo intervento tempestivo. È anche contenimento emotivo. Nel rapporto con il paziente, la promessa di una tecnologia che si prende cura può generare aspettative ambigue. Da un lato, rassicura. Dall’altro, rischia di sostituire gradualmente il riferimento umano. Se la tecnologia viene percepita come presenza sufficiente, il medico può apparire accessorio. In realtà, è proprio nei momenti critici che emerge ciò che la tecnologia non può offrire, una presenza che risponde, non solo un sistema che reagisce. Per i medici questo slittamento è sottile ma decisivo. Imparare a lavorare con strumenti che assistono può far perdere di vista il valore della presenza clinica. Non perché venga negata, ma perché sembra meno misurabile, meno evidente, meno premiata. Eppure, è spesso la presenza a fare la differenza tra un percorso tecnicamente corretto e uno realmente sostenibile per la persona. Anche la dimensione organizzativa ha una importante rilevanza. Sistemi che promettono di prendersi cura possono giustificare riduzioni di tempo, di personale, di contatto diretto. Se l’assistenza tecnologica viene considerata equivalente alla presenza umana, la relazione diventa un optional. Questo impoverisce la pratica clinica e sposta il baricentro della cura verso ciò che è automatizzabile.
La tecnologia non sbaglia quando assiste. Sbaglia quando le viene attribuito un ruolo che non può avere. L’IA non può essere presente perché non condivide l’esperienza. Non può sostenere una decisione nel tempo, né assumersi la responsabilità di una scelta. Può supportare, ma non sostituire. Nel lavoro quotidiano, il medico è chiamato a chiarire questa distinzione. Usare l’assistenza tecnologica per liberare spazio alla presenza, non per eliminarla. Integrare strumenti che aiutano a fare meglio, senza rinunciare allo stare con. Questo equilibrio non è spontaneo. Va costruito e difeso. Forse la sfida più grande è resistere alla tentazione di chiamare cura tutto ciò che funziona. La cura, in medicina, non è solo un insieme di azioni efficaci. È una relazione che tiene insieme competenza, responsabilità e presenza. L’intelligenza artificiale può rafforzare la prima. Le altre due restano umane. Curare significa esserci quando serve, anche quando non c’è una soluzione immediata. Nessun sistema può farlo al posto di un medico. Può aiutare, preparare, supportare. Ma la presenza resta il cuore della cura. E riconoscere questa differenza è una forma di maturità clinica.
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