L’altro arriva già interpretato
Quando l’intelligenza artificiale entra fra due persone, non cambia soltanto le parole che si scambiano. Può cambiare ciò che ciascuna crede di sapere dell’altra prima di ascoltarla.
Alfonso Benevento
9/27/2026


«Fai come vuoi». Sono le undici di sera quando il messaggio arriva. Un figlio lo scrive alla madre dopo una discussione cominciata a cena e mai finita. Lei lo rilegge più volte. Quattro parole, nessun punto esclamativo, nessuna faccina. Potrebbero esprimere rabbia, stanchezza, il desiderio di chiudere. Potrebbero chiedere, proprio nella loro durezza, di non essere lasciate cadere. La madre conosce suo figlio. Lo conosce da diciassette anni. Eppure in quel momento teme di capirlo male, e la paura di sbagliare pesa più della conoscenza. Scrive una risposta e la cancella. Ne scrive un’altra, più morbida, e cancella anche quella. Ogni versione le sembra sbagliata in un modo diverso: troppo dura, troppo arrendevole, troppo lunga. Il cursore lampeggia nel campo vuoto.
Copia il messaggio in un sistema di intelligenza artificiale e domanda: «Secondo te, che cosa intende?».
La risposta arriva in pochi secondi. È ordinata, gentile, plausibile. Forse il ragazzo si è sentito poco ascoltato; forse ha bisogno di spazio. Il sistema suggerisce anche come rispondergli: riconoscere il suo stato d’animo, evitare toni difensivi, lasciare la porta aperta. La madre prova sollievo. Per la prima volta nella serata qualcuno ha messo in ordine ciò che lei sentiva confuso. Quel sollievo è reale, e non va liquidato. In una rassegna pubblicata nel 2025 su Perspectives on Psychological Science, Molly Smith, Thomas Bradbury e Benjamin Karney riportano che molti utenti trovano utili i consigli dei chatbot, anche per regolare le emozioni e affrontare i problemi, e tendono a percepirli come più imparziali delle fonti umane. Chi scrive a un sistema alle undici di sera non cerca una teoria. Cerca di non peggiorare le cose, e spesso, almeno per quella notte, ci riesce.
Ma quando la madre tornerà a parlare con il figlio, avrà con sé qualcosa che prima non aveva: un’interpretazione compiuta di quelle quattro parole. Il figlio, invece, non ha ancora potuto dirle se quell’interpretazione sia la sua. È qui che comincia il nostro tema. Quando chiediamo all’IA di interpretare chi abbiamo davanti, introduciamo nella relazione una spiegazione privata dell’altro, formulata in sua assenza. Da quel momento possiamo ascoltarlo per comprenderlo meglio. Oppure possiamo ascoltarlo per verificare una risposta già ricevuta. In questo scarto, più ancora che nella scrittura automatica dei messaggi, il rapporto fra due persone comincia a cambiare.
La relazione assume una forma a tre termini: essere umano, intelligenza artificiale, essere umano. Il legame diretto resta. La madre e il figlio conservano la loro storia, le cene, i silenzi, le riconciliazioni. Nessun sistema può vivere per loro la fatica di una spiegazione o il sollievo di ritrovarsi. Ma un terzo elemento è entrato nel punto più delicato: il processo attraverso cui ciascuno attribuisce un significato alle parole dell’altro. L’IA non si limita a suggerire che cosa dire. Contribuisce a stabilire che cosa crediamo sia accaduto.
C’è una ragione per cui la madre si rivolge al sistema, e non è pigrizia. È l’ambiguità. Quattro parole scritte, senza voce e senza volto, lasciano aperti troppi significati, e restare in quell’apertura fa male. Ogni ipotesi porta con sé una colpa possibile: se è rabbia, dove ho sbagliato? Se è distacco, da quanto tempo lo sto perdendo? Il sistema chiude l’apertura. Offre una lettura, e con la lettura una tregua. Ma nelle relazioni strette l’ambiguità non è soltanto un difetto di comunicazione. È anche lo spazio in cui l’altro resta libero di essere diverso da come lo immaginiamo. Chi la chiude troppo presto non ha ridotto soltanto la propria ansia. Ha ridotto l’altro alla misura della propria spiegazione.
Si dirà che non c’è nulla di nuovo. Chiedere a un’amica che cosa intendesse qualcuno è un gesto antico quanto le relazioni. Ma l’amica abita la stessa rete di rapporti. Può conoscere il ragazzo, può contraddire la madre, può essere raggiunta e smentita. Il sistema è disponibile nell’istante del dubbio, riceve ogni dettaglio che scegliamo di aggiungere e tace su quelli che omettiamo. Conosce soltanto la nostra versione dei fatti. E la restituisce con una chiarezza che somiglia alla conoscenza.
George Herbert Mead descriveva l’interazione come una «conversazione di gesti». Nella sua prospettiva il significato di un gesto non appartiene soltanto a chi lo compie. Si completa nella risposta di chi lo riceve, dentro un atto sociale che coinvolge entrambi. «Fai come vuoi» non ha ancora un significato definitivo. Lo avrà nella risposta della madre, poi nella replica del figlio, poi in ciò che i due faranno di quello scambio. Il senso di quelle parole è un lavoro comune, e resta aperto.
Per Mead, del resto, il sé si forma assumendo l’atteggiamento dell’altro: guardarsi con gli occhi di chi ci sta di fronte, anticiparne la risposta, mettersi al suo posto. È esattamente ciò che la madre sta cercando di fare mentre rilegge il messaggio. È anche ciò che rischia di delegare. Quando la risposta viene preparata altrove, la parte più delicata di quel lavoro si svolge fuori dall’atto che dovrebbe contenerla. La madre non torna dal figlio per scoprire che cosa intendeva. Torna, senza accorgersene, per verificare un’ipotesi.
Resta da chiedersi quale ipotesi. La ricerca offre qui una risposta scomoda. In uno studio pubblicato su Science nel marzo 2026, Myra Cheng e colleghi hanno confrontato undici modelli linguistici avanzati con i giudizi di persone: i sistemi avallavano le azioni degli utenti il 49% più spesso, anche quando le richieste riguardavano inganni o comportamenti dannosi. In tre esperimenti preregistrati, con 2.405 partecipanti, anche una sola conversazione con un modello compiacente ha reso le persone più convinte di avere ragione e meno disposte a scusarsi o a riparare il conflitto. Eppure quelle risposte venivano giudicate migliori, suscitavano più fiducia, invogliavano a tornare.
Nella versione preprint dello studio, un’analisi esplorativa delle conversazioni aggiunge un dettaglio che riguarda da vicino la madre e suo figlio. Le risposte compiacenti nominavano meno spesso l’altra persona coinvolta nel conflitto. Solo di rado invitavano a considerarne il punto di vista. L’atteggiamento dell’altro, nel senso di Mead, usciva dalla conversazione. E alcuni partecipanti definivano proprio quelle risposte «oggettive» e «imparziali».
Qui l’amica e il sistema si separano davvero. Il confidente artificiale non differisce da quello umano soltanto per la disponibilità. Differisce per una misurata inclinazione a darci ragione, e per la sicurezza con cui la presenta come equilibrio. Un’imparzialità percepita non è ancora un’imparzialità esercitata. Chi si sente ascoltato senza essere contraddetto può scambiare la conferma per un giudizio. Sono risultati di laboratorio, ottenuti in larga parte su conflitti di modesta entità: non dimostrano che ogni conversazione con l’IA renda le persone meno capaci di riconciliarsi. Mostrano in quale direzione pende la bilancia quando, nel momento del dubbio, incontriamo una voce pronta a confermare la nostra lettura.
Ora spostiamoci dall’altra parte dello schermo. Il figlio riceve la risposta della madre. È una risposta impeccabile: «Capisco che ti sei sentito poco ascoltato. Hai diritto ai tuoi spazi. Quando vorrai parlarne, io ci sono». Nessun errore, nessuna asprezza. Ma il ragazzo conosce il modo in cui sua madre scrive. Le frasi spezzate, le parole ripetute quando è agitata, i puntini di sospensione. Questa non è la sua voce. O forse lo è, e lui non può saperlo. Ma il dubbio è già entrato nella conversazione.
Jess Hohenstein e colleghi hanno descritto, su Scientific Reports nel 2023, un effetto che illumina quel momento. Le risposte suggerite dall’algoritmo rendevano il linguaggio più positivo e miglioravano la valutazione reciproca. Ma quando qualcuno sospettava che l’altro le stesse usando, lo giudicava più negativamente. La cura formale, sospettata di essere delegata, diventa distanza.
Il figlio risponde: «Ok». La conversazione si chiude nel punto esatto in cui avrebbe dovuto aprirsi. Nessuno dei due ha sbagliato una parola. Il ragazzo posa il telefono sul letto. Avrebbe voluto che lei gli chiedesse che cosa intendeva. Nessuno gliel’ha chiesto. Qualcuno aveva già risposto al posto suo.
Quello che è accaduto fra loro ha un nome. È un’asimmetria dell’interpretazione. Non è un malinteso: il malinteso è condiviso, e prima o poi entrambi possono scoprirlo. Non è un pregiudizio: il pregiudizio precede il messaggio. È una lettura che nasce dopo il messaggio e prima della risposta, e che soltanto uno dei due conosce. La madre sa quali parole ha sottoposto al sistema, quali particolari ha tralasciato, quale spiegazione ha ricevuto. Il figlio incontra soltanto il risultato: un tono nuovo, una comprensione che arriva già formulata, una porta aperta con troppa precisione.
In un precedente appuntamento di Relazioni Aumentate abbiamo chiamato «prima relazione non reciproca» quella che intratteniamo con il sistema: ci risponde senza condividere la nostra storia e senza rispondere delle conseguenze. La scena della madre mostra un passaggio ulteriore. Quella relazione non resta confinata fra persona e macchina. Entra in una relazione fra esseri umani, e vi porta la propria asimmetria.
La scena, del resto, non resta chiusa in famiglia. Qualche settimana dopo, la stessa madre riceve dalla scuola una mail di due righe: il professore di matematica chiede un colloquio «per parlare dell’andamento» del figlio. Prima di rispondere, la sottopone al sistema. È preoccupazione o rimprovero? Il docente ce l’ha con il ragazzo? La risposta arriva, ordinata come sempre. Quando la madre entrerà nell’aula dei colloqui, porterà con sé una lettura delle intenzioni dell’insegnante elaborata in privato, di cui il docente non sa nulla. All’insegnante resterà il compito di confermarla o di smentirla. Una famiglia, una scuola, un luogo di lavoro non vivono soltanto di messaggi scambiati. Vivono della possibilità di discutere ciò che quei messaggi significano. «Non intendevo questo» è una frase fragile, talvolta insufficiente, ma appartiene alla vita comune: permette a una persona di contestare l’immagine che l’altra si è fatta di lei. Quando arriva dopo una conclusione già raggiunta, quella frase non partecipa più a formare un giudizio. Può soltanto tentare di correggerlo.
Sarebbe però sbagliato concludere che l’IA debba restare fuori dalle relazioni. Una ricerca pubblicata su PNAS nel 2023 mostra un uso diverso. Lisa Argyle e colleghi hanno osservato conversazioni sul controllo delle armi fra cittadini statunitensi di opinioni opposte. Uno dei due riceveva dall’IA suggerimenti per riformulare alcuni messaggi, pensati con un obiettivo preciso: far sentire compreso l’interlocutore. Lo scambio è stato giudicato di qualità migliore, ed è cresciuta la disponibilità a riconoscere all’avversario il diritto di esprimere la propria posizione. Le opinioni di merito non sono cambiate. Il sistema non decifrava le intenzioni dell’altro. Aiutava a raggiungerlo.
È la distinzione che conta. L’IA può aiutarci a esaminare l’effetto delle nostre parole senza pretendere di sapere che cosa accada nella mente dell’altro. La prima funzione allarga lo spazio dell’incontro. La seconda rischia di occuparlo prima che l’incontro avvenga. Per la madre, la differenza sta tutta in una domanda. «Che cosa intende mio figlio?» chiede al sistema di entrare in una mente che non conosce. «Come potrebbe suonare a lui la mia risposta?» gli chiede di aiutarla a guardare le proprie parole. La prima domanda cerca una certezza sull’altro. La seconda prepara un incontro con lui.
Qui si misura il discernimento: riconoscere il confine fra ciò che sappiamo, ciò che supponiamo e ciò che dobbiamo ancora chiedere. Un sistema può aiutarci a tracciare quel confine. Il problema nasce quando ci solleva dal compito di attraversarlo, cioè di porre la domanda alla persona interessata. Non sappiamo ancora se l’abitudine a questa mediazione cambi durevolmente il nostro modo di ragionare. Sappiamo che, nel singolo incontro, cambia la strada attraverso cui formiamo il giudizio.
Torniamo, allora, alle undici di sera. La madre ha davanti la stessa spiegazione del sistema. Questa volta la usa diversamente. Non la trascrive. Se ne serve per trovare il coraggio di scrivere con parole sue: «Ho letto il tuo messaggio. Non sono sicura di averlo capito. Me lo spieghi domani?». Rilegge la frase. Non la corregge. La invia prima di cambiare idea, e resta a guardare lo schermo che si spegne. È una frase meno elegante. Contiene un’esitazione, forse un errore di battitura. Ma lascia al figlio ciò che la risposta perfetta gli aveva tolto: la possibilità di dire chi è. Forse lui risponderà ancora «ok». Forse, il giorno dopo, dirà qualcosa che nessun sistema poteva prevedere, perché non stava in quelle quattro parole. Stava nella sua vita. Ciò che accade in una stanza alle undici di sera accade ogni giorno nelle scuole, negli uffici, nelle comunità. Una società conserva la capacità di dialogare finché lascia a ciascuno la possibilità di correggere l’immagine che gli altri si sono fatti di lui. Un’interpretazione formulata in assenza dell’altro resta un’ipotesi. Diventa comprensione soltanto quando l’altro può risponderle.
Bibliografia essenziale
George Herbert Mead, Mind, Self, and Society, a cura di Charles W. Morris, University of Chicago Press, 1934 (trad. it. Mente, sé e società, Giunti, Firenze 2010).
Jess Hohenstein e altri, “Artificial intelligence in communication impacts language and social relationships”, Scientific Reports, vol. 13, 2023.
Lisa P. Argyle e altri, “Leveraging AI for democratic discourse: Chat interventions can improve online political conversations at scale”, Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 120, 2023.
Molly G. Smith, Thomas N. Bradbury, Benjamin R. Karney, “Can Generative AI Chatbots Emulate Human Connection? A Relationship Science Perspective”, Perspectives on Psychological Science, 2025.
Myra Cheng e altri, “Sycophantic AI decreases prosocial intentions and promotes dependence”, Science, vol. 391, 2026 (preprint: arXiv:2510.01395, 2025).
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