Le parole che curano, perché il linguaggio è ancora una terapia nell’era dell’IA

Diagnosi e dati non bastano: il modo in cui si parla al paziente incide sugli esiti, sulla fiducia e sull’esperienza della malattia.

Matteo Benevento

6/9/2025

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La medicina è circondata da linguaggi tecnici sempre più sofisticati. Algoritmi, score, probabilità, modelli predittivi traducono la complessità del corpo in numeri e categorie. L’intelligenza artificiale (IA) amplifica questa tendenza, rendendo il linguaggio clinico più preciso e, allo stesso tempo, più distante dall’esperienza vissuta. In questo contesto, può sembrare che le parole abbiano perso potere terapeutico, sostituite dall’efficacia dei dati. Eppure, proprio oggi, il linguaggio torna a essere una delle forme più profonde di cura.

Le parole non sono solo veicoli di informazione. Sono atti. Possono aprire possibilità o chiuderle, creare fiducia o generare paura, accompagnare o isolare. Una diagnosi non è mai solo un contenuto informativo. È un evento linguistico che segna un prima e un dopo nella vita di una persona. Quando l’IA può generare spiegazioni automatiche e referti dettagliati, il rischio è che il linguaggio venga trattato come un accessorio. Ma senza una cura del linguaggio, anche l’informazione più accurata può ferire. Il linguaggio della medicina ha sempre avuto un potere performativo. Dire “è una malattia cronica” non descrive solo una condizione. Ridefinisce il futuro, le aspettative, l’identità. Questo potere non diminuisce. Aumenta. Perché le parole sono spesso l’unico ponte tra la complessità tecnica e la comprensione umana. L’IA può produrre descrizioni impeccabili, ma non può valutare l’impatto emotivo di una frase pronunciata in un determinato momento. Nel rapporto medico-paziente, le parole costruiscono il clima della cura. Un linguaggio frettoloso, impersonale, eccessivamente tecnico può far sentire il paziente escluso, anche quando le decisioni sono corrette. Al contrario, un linguaggio che riconosce l’emozione, che spiega senza semplificare e che rispetta il ritmo di chi ascolta diventa esso stesso terapeutico. Quando il tempo è scarso e le informazioni abbondanti, scegliere le parole è un atto di responsabilità. L’intelligenza artificiale introduce una nuova sfida linguistica. Molte spiegazioni vengono generate automaticamente, standardizzate, ottimizzate per la chiarezza. Questo può essere utile, ma rischia di appiattire la comunicazione. Le parole diventano intercambiabili, perdono il legame con la relazione. Il medico, invece, parla a una persona concreta, in un momento unico. La stessa informazione può richiedere parole diverse a seconda della storia, della cultura, della fragilità di chi ascolta.

Il linguaggio è anche uno strumento di potere. Chi controlla il linguaggio controlla il senso. Algoritmi che etichettano, classificano, assegnano rischi influenzano le decisioni e le percezioni. Se queste etichette vengono adottate senza mediazione, il paziente può sentirsi ridotto a una categoria. Il medico ha il compito di restituire complessità, di spiegare che una categoria non esaurisce una persona. Questo lavoro è linguistico prima ancora che clinico. Le parole curano anche quando non risolvono. Nelle situazioni di limite, quando non ci sono più opzioni terapeutiche, il linguaggio resta uno degli ultimi strumenti di cura. Dire non sei solo, restiamo qui, continuiamo ad accompagnarti non cambia l’esito biologico, ma cambia l’esperienza. Questo tipo di linguaggio rischia di essere marginalizzato perché non produce dati. Ma è proprio ciò che rende la cura umana. La letteratura scientifica conferma che la comunicazione influisce sugli esiti di salute. Studi pubblicati su BMJ e Patient Education and Counseling mostrano che una comunicazione empatica e chiara migliora l’aderenza alle terapie, riduce l’ansia e rafforza la fiducia. Le parole, quindi, non sono un contorno. Sono parte integrante del trattamento. Nell’era dell’IA, questo dato dovrebbe essere centrale, non secondario.

Il linguaggio è anche il luogo in cui si negozia l’incertezza. Come si parla di probabilità? Come si spiegano i margini di errore? L’IA produce numeri precisi, ma la precisione può creare illusioni di certezza. Il medico deve tradurre questi numeri in parole che restituiscano il senso del rischio senza trasformarlo in promessa o condanna. Questo equilibrio è delicato e profondamente umano. La formazione medica spesso trascura il linguaggio come competenza clinica. Si insegna cosa dire, meno come dirlo. Questa lacuna diventa evidente. L’IA può suggerire contenuti, ma non insegna il tono, il momento, la scelta delle parole. Imparare a parlare è imparare a curare. È una competenza che si costruisce con l’ascolto, la riflessione, l’esempio.

Il linguaggio è anche una forma di rispetto. Chiamare una persona per nome, evitare etichette riduttive, spiegare prima di agire sono gesti linguistici che riconoscono la dignità dell’altro. In un sistema sempre più automatizzato, questi gesti rischiano di scomparire. Recuperarli è un atto etico. Le parole non costano tempo in più. Richiedono attenzione. La cura del linguaggio riguarda anche lo spazio pubblico. Come parliamo di malattia, di rischio, di prevenzione? Narrazioni allarmistiche o eccessivamente ottimistiche influenzano il comportamento delle persone. L’IA può generare contenuti su larga scala, ma la responsabilità del linguaggio resta umana. Il medico, come figura pubblica, ha un ruolo nel costruire un linguaggio che informi senza spaventare, che motivi senza illudere.

Alla fine, le parole che curano non sono quelle più sofisticate, ma quelle più adeguate. Quelle che tengono conto del contesto, del momento, della persona. L’intelligenza artificiale può aiutare a organizzare le informazioni, ma non può assumersi la responsabilità del linguaggio. Questa responsabilità resta al medico. Quando i dati sembrano parlare da soli, ricordare che le parole curano è un atto di resistenza professionale. Significa difendere la dimensione relazionale della medicina. Significa riconoscere che la cura non passa solo attraverso ciò che facciamo, ma attraverso ciò che diciamo e come lo diciamo. La medicina del futuro non sarà solo più precisa. Dovrà essere anche più attenta al linguaggio. Perché, anche nell’era dell’intelligenza artificiale, una parola detta bene può fare la differenza tra sentirsi trattati e sentirsi curati.