L’illusione di sapere tutto: il rischio di una medicina senza domande
Risposte sempre più rapide possono ridurre lo spazio del dubbio. Ma senza domande, il ragionamento clinico rischia di impoverirsi.
Matteo Benevento
10/22/2024
L’intelligenza artificiale (IA) viene spesso presentata come una risposta ai limiti umani, alla complessità dei dati, all’incertezza diagnostica. In medicina, questa promessa è particolarmente potente, perché tocca il desiderio di ridurre l’errore e aumentare la precisione. Ma proprio mentre le risposte diventano più rapide e sofisticate, emerge un rischio meno evidente, quello di una medicina che smette di farsi domande. Nel lavoro clinico, le domande non sono un segno di debolezza, ma di attenzione. Chiedersi perché un sintomo non torna, perché una terapia non funziona come previsto, perché una persona reagisce in modo inatteso è ciò che tiene vivo il ragionamento clinico. L’IA, invece, tende a chiudere il processo poichè fornisce un output che appare completo, coerente, rassicurante. Il rischio non è fidarsi dello strumento, ma smettere di interrogare il risultato. Dal punto di vista pratico, questo accade quando la risposta algoritmica viene percepita come punto di arrivo e non come punto di partenza. Il medico riceve un suggerimento e lo applica senza riaprire il percorso logico che lo ha generato. Non per disattenzione, ma perché il sistema sembra aver già fatto il lavoro. In questo passaggio silenzioso, la medicina perde una delle sue competenze fondamentali: la capacità di dubitare.
Nel rapporto con il paziente, una medicina senza domande diventa una medicina che spiega molto e ascolta poco. Le risposte sono pronte, ma non sempre pertinenti. Il rischio è quello di adattare la persona alla risposta, invece di adattare la risposta alla persona. Anche quando la decisione è corretta, il paziente può sentirsi escluso dal processo. Questa è una dinamica particolarmente rilevante. L’apprendimento rischia di concentrarsi sull’uso delle risposte piuttosto che sulla costruzione delle domande. Ma la qualità di un medico non si misura solo dalla correttezza delle risposte che fornisce, bensì dalla qualità delle domande che sa porsi quando qualcosa non torna. La tecnologia non elimina la necessità di interrogare. La amplifica. Più gli strumenti diventano potenti, più è necessario mantenere vivo lo spazio della domanda. Senza questo spazio, la medicina rischia di diventare un esercizio di applicazione, non di comprensione. La vera competenza del futuro non è avere sempre una risposta, ma saper riconoscere quando una risposta va messa in discussione. Perché curare non significa solo sapere cosa fare, ma continuare a chiedersi se ciò che si sta facendo ha davvero senso.
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