L’innovazione corre più della cura e il tempo diventa una variabile dimenticata
Velocizzare non significa sempre curare meglio. In medicina, alcuni tempi non possono essere compressi senza perdere senso.
Matteo Benevento
9/30/2024
In medicina, il tempo non è mai stato una semplice cornice. È una variabile clinica a tutti gli effetti. Il tempo dell’attesa, il tempo della risposta, il tempo della relazione, il tempo della malattia. Con l’ingresso dell’intelligenza artificiale (IA), però, il tempo sembra assumere un solo valore, quello della velocità. Diagnosi più rapide, referti immediati, percorsi accelerati. L’innovazione corre. Ma la cura riesce sempre a starle dietro?
L’IA promette di ridurre i tempi morti, di eliminare inefficienze, di anticipare decisioni. In molti casi, questo è un vantaggio reale. Ridurre l’attesa può significare ridurre l’ansia, intervenire prima, migliorare gli esiti. Il problema nasce quando la rapidità diventa il parametro dominante, quello che orienta tutto il resto. In quel momento, il tempo smette di essere uno spazio da abitare e diventa qualcosa da comprimere. Dal punto di vista clinico, non tutto il tempo è equivalente. Ci sono decisioni che beneficiano della velocità e altre che richiedono lentezza. Comprendere una storia complessa, accompagnare una diagnosi difficile, costruire un’alleanza terapeutica sono processi che non si lasciano accelerare senza perdere qualcosa. L’IA non distingue tra questi tempi. Ottimizza ciò che è misurabile, non ciò che è necessario. Nel rapporto con il paziente, questa accelerazione può essere vissuta in modo ambivalente. Da un lato, la rapidità rassicura. Dall’altro, può generare la sensazione di essere trascinati in un percorso che non lascia spazio all’elaborazione. Ricevere informazioni troppo velocemente, senza il tempo di comprenderle, può aumentare la confusione invece che ridurla. La cura ha bisogno di pause tanto quanto di decisioni, crescere professionalmente in un ambiente che premia la velocità modifica il modo di pensare. Si impara a rispondere rapidamente, a seguire flussi ottimizzati, a ridurre i tempi di esitazione. Ma l’esitazione, in medicina, non è sempre un difetto. Spesso è il segnale che una situazione richiede attenzione, che non tutto è già chiaro. L’IA tende a colmare questi vuoti. Il rischio è perdere la capacità di abitarli. C’è anche una dimensione organizzativa. Sistemi progettati per accelerare finiscono per ridefinire le aspettative. Se una decisione può essere presa subito, perché aspettare? Se un percorso può essere compresso, perché dilatarlo? In questo contesto, il tempo dedicato all’ascolto e alla relazione rischia di apparire come un lusso, non come una necessità clinica.
Il problema non è l’innovazione in sé, ma la sua temporalità implicita. Ogni tecnologia incorpora un’idea di tempo. L’IA incorpora l’idea che più veloce sia meglio. Ma la medicina non funziona sempre così. Alcuni processi hanno bisogno di maturare. Alcune decisioni richiedono di essere rimandate, riviste, riconsiderate. Accelerarle può significare semplificarle eccessivamente. Nel lavoro quotidiano, il medico è chiamato a un equilibrio difficile. Usare la velocità quando serve, ma saperla sospendere quando rischia di danneggiare la cura. Questo richiede consapevolezza e, talvolta, resistenza. Resistenza a una cultura che associa il valore alla rapidità e la competenza alla risposta immediata. Forse la vera sfida non è rendere la medicina sempre più veloce, ma restituire al tempo la sua qualità. Distinguere tra il tempo che può essere risparmiato e quello che deve essere investito. L’IA può aiutare a liberare tempo, ma non può decidere come usarlo. Questa decisione resta umana. Curare significa anche saper rallentare quando è necessario. Fermarsi, ascoltare, spiegare, attendere. In un’epoca in cui l’innovazione corre, proteggere questi tempi diventa un atto di responsabilità clinica. Perché la buona medicina non è quella che arriva prima, ma quella che arriva nel momento giusto.
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