L’umiltà del sapere, perché la medicina del futuro deve imparare a dire non lo so
Tra algoritmi e modelli predittivi, riconoscere l’incertezza è una forma avanzata di competenza clinica e una garanzia di decisioni più giuste.
Matteo Benevento
5/12/2025
La medicina sembra parlare con voce sicura. Algoritmi che suggeriscono diagnosi, modelli che prevedono esiti, sistemi che affinano continuamente le proprie prestazioni danno l’impressione che il sapere clinico sia sempre più vicino alla completezza. In questo scenario, dire non lo so appare come una debolezza, un residuo di un passato meno tecnologico. Eppure, proprio nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’umiltà del sapere diventa una competenza decisiva. Senza umiltà epistemica, la medicina rischia di trasformare la potenza del calcolo in arroganza decisionale.
L’umiltà epistemica non è ignoranza né rinuncia al rigore. È il riconoscimento consapevole dei limiti del proprio sapere, anche quando quel sapere è supportato da tecnologie avanzate. La medicina ha sempre convissuto con l’incertezza, ma spesso l’ha mascherata con linguaggi di sicurezza. Nel 2025, l’intelligenza artificiale (IA) rende questa maschera più sottile. Le probabilità diventano numeri precisi, le raccomandazioni appaiono solide. Ma dietro ogni output restano assunzioni, dati incompleti, contesti che sfuggono. Dire non lo so in medicina non significa fermarsi. Significa aprire uno spazio di ricerca, di confronto, di ascolto. Significa riconoscere che il caso concreto può non rientrare nei modelli. L’algoritmo apprende dal passato; il paziente vive nel presente. Questa asimmetria rende l’umiltà una virtù operativa, non morale. Senza di essa, il rischio è forzare la realtà dentro il modello invece di adattare il modello alla realtà. L’illusione della completezza è alimentata dalla velocità. Risposte immediate danno l’impressione di controllo. Ma il controllo non coincide con la comprensione. Molte decisioni cliniche richiedono tempo per maturare, per osservare, per riconsiderare ipotesi iniziali. L’umiltà del sapere è ciò che consente di rallentare quando necessario, anche in un sistema che spinge ad accelerare.
Per il paziente, l’umiltà è spesso rassicurante. Non perché riduca l’ansia, ma perché restituisce autenticità alla relazione. Un medico che ammette un limite non abdica alla responsabilità; la rafforza. Mostra di non nascondersi dietro formule o strumenti. Mostra di essere disposto a cercare, a consultare, a rivedere. In un’epoca in cui molte risposte sembrano automatiche, questa disponibilità umana crea fiducia. L’intelligenza artificiale, se utilizzata senza umiltà, può irrigidire le decisioni. Il suggerimento algoritmico diventa norma, la deviazione appare come errore. Ma la buona medicina non è sempre quella che segue la raccomandazione media. È quella che sa quando e perché discostarsene. Questa capacità nasce dal dubbio informato, non dall’obbedienza cieca. L’umiltà del sapere è il prerequisito del giudizio clinico. L’umiltà è anche una questione di linguaggio. Come si comunicano le incertezze? Come si spiegano le probabilità senza trasformarle in promesse? Dire non lo sappiamo con certezza richiede competenze comunicative raffinate. Non basta dichiarare l’incertezza; bisogna accompagnarla. L’IA può calcolare margini di errore, ma non può insegnare come stare emotivamente dentro quell’errore. Questo resta un compito umano. Studi pubblicati su BMJ e JAMA mostrano che l’overconfidence è associata a errori decisionali, soprattutto in contesti complessi. L’umiltà epistemica, al contrario, favorisce la consultazione, la verifica, l’aggiornamento continuo. Non rallenta la cura; la rende più robusta. L’IA può fornire risposte immediate, ma non insegna a convivere con il dubbio. Senza una cultura dell’umiltà, il rischio è formare professionisti efficienti ma fragili di fronte all’incertezza.
L’umiltà del sapere riguarda anche il rapporto con la tecnologia. Fidarsi dell’IA non significa attribuirle infallibilità. Significa comprenderne i limiti, interrogare le sue risposte, contestualizzarle. Un medico umile non abdica al proprio ruolo; lo esercita pienamente. Usa la tecnologia come strumento, non come oracolo. Questo atteggiamento protegge il paziente e il professionista. L’umiltà è anche una virtù istituzionale. Sistemi sanitari che riconoscono i propri limiti sono più capaci di apprendere dagli errori, di correggere le disuguaglianze, di adattarsi ai cambiamenti. Presentare l’innovazione come soluzione totale crea aspettative irrealistiche e frustrazione. Integrare l’innovazione con un linguaggio di responsabilità e limite costruisce fiducia sociale. Nel rapporto tra colleghi, l’umiltà favorisce il lavoro di squadra. Ammettere di non sapere apre alla collaborazione. Nasconde meno, condivide di più. In una medicina sempre più multidisciplinare, questa attitudine è fondamentale. L’IA può integrare competenze, ma non sostituisce la dinamica umana del confronto. Senza umiltà, il confronto diventa competizione; con umiltà, diventa apprendimento. Dire non lo so è anche un atto di cura verso se stessi. Protegge dal burnout, dalla pretesa di controllo totale, dall’isolamento. Riconoscere i limiti personali permette di chiedere aiuto, di distribuire il carico, di mantenere una pratica sostenibile nel tempo. L’IA può ridurre alcuni carichi cognitivi, ma non elimina la pressione emotiva. L’umiltà la rende abitabile. Alla fine, l’umiltà del sapere non indebolisce la medicina. La rafforza. La rende più attenta, più giusta, più umana. Nell’era dell’intelligenza artificiale, in cui le risposte sono ovunque, la vera competenza è saper riconoscere le domande che restano aperte.
La medicina del futuro non sarà quella che saprà sempre cosa fare, ma quella che saprà quando fermarsi, quando ascoltare, quando cercare insieme. Dire “non lo so” non è una resa. È l’inizio di una cura che prende sul serio la complessità della vita. E forse è proprio questa umiltà, più di qualsiasi algoritmo, a garantire che la medicina resti una pratica di responsabilità e non solo di calcolo.
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