Maestri e algoritmi, chi insegna davvero a diventare medico

L’IA moltiplica l’accesso al sapere, ma la formazione del medico passa ancora dalla relazione educativa e dall’esempio di chi ha già attraversato l’incertezza.

Matteo Benevento

5/2/2025

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Imparare la professione medica significa muoversi in un ambiente densissimo di informazioni. Linee guida aggiornate in tempo reale, banche dati sterminate, sistemi di intelligenza artificiale (IA) capaci di suggerire diagnosi e percorsi terapeutici con un’efficienza impressionante. In questo contesto, l’apprendimento sembra sempre più accessibile, rapido, personalizzabile. Eppure, proprio mentre le fonti di sapere si moltiplicano, riaffiora una domanda antica e decisiva chi insegna davvero a diventare medico?

Per molto tempo la risposta è stata chiara. I maestri. Figure non necessariamente carismatiche, ma presenti. Medici più esperti che trasmettevano non solo conoscenze, ma un modo di stare nella professione. Attraverso l’osservazione, l’imitazione, il confronto quotidiano, lo studente imparava a vedere il paziente, a riconoscere segnali, a prendere decisioni in contesti imperfetti. Questa forma di apprendimento non era codificabile, ma profondamente efficace. Oggi, però, il ruolo del maestro sembra meno visibile, quasi superato dalla potenza degli strumenti. L’intelligenza artificiale si presenta come un nuovo tipo di insegnante. Sempre disponibile, coerente, aggiornato. Non giudica, non si stanca, non dimentica. Può mostrare migliaia di casi, confrontare variabili, simulare scenari. Per molti studenti, l’IA diventa un riferimento quotidiano, più presente di qualsiasi tutor umano. Questo cambia radicalmente l’esperienza formativa. Il sapere non passa più necessariamente attraverso una relazione, ma attraverso un’interazione funzionale. Eppure, diventare medico non è solo acquisire sapere. È interiorizzare un ruolo. È comprendere come ci si comporta quando non c’è una risposta chiara, quando le informazioni sono incomplete, quando il paziente è spaventato o arrabbiato. Queste situazioni non si apprendono pienamente da un algoritmo. Richiedono l’incontro con qualcuno che le ha attraversate, che può mostrare come si sta dentro l’incertezza senza esserne travolti. Il maestro non è colui che sa tutto ma che rende visibile il processo del decidere. Che mostra i passaggi, i dubbi, le correzioni. L’IA tende a mostrare il risultato, non il percorso. Anche quando fornisce spiegazioni, queste sono spesso astratte, disincarnate. Il maestro, invece, insegna anche attraverso i silenzi, le esitazioni, le scelte difficili. Insegna che la medicina è una pratica situata, non una sequenza di risposte corrette. In questo senso la formazione rischia di diventare sempre più solitaria. Lo studente può studiare ovunque, consultare strumenti potenti, ottenere feedback immediati. Ma può anche perdere l’occasione di confrontarsi con modelli professionali reali. Senza maestri, l’identità del medico si costruisce in modo frammentato, spesso guidata da metriche di performance più che da valori condivisi. L’IA può insegnare cosa fare, ma non perché farlo in un certo modo.

I maestri non trasmettono solo competenze, ma una visione della responsabilità, oltre che il senso etico. Mostrano cosa significa assumersi un errore, come comunicare un limite, come rispettare un paziente anche quando il sistema spinge a fare in fretta. Questi apprendimenti avvengono per prossimità, non per download. Richiedono tempo e presenza. Nel rapporto tra maestro e allievo c’è anche una dimensione di fiducia. Lo studente si espone, ammette di non sapere, chiede. L’IA non giudica, ed è un vantaggio. Ma proprio perché non giudica, non responsabilizza. Non restituisce il peso simbolico della scelta. Il maestro, invece, accompagna e, a volte, mette in crisi. Questo conflitto è parte integrante della crescita professionale. Con l’IA la tentazione è sostituire la relazione educativa con la personalizzazione algoritmica. Ognuno segue il proprio percorso, guidato da suggerimenti ottimizzati. Ma la medicina è anche una cultura condivisa. Senza luoghi di trasmissione, senza figure di riferimento, questa cultura si indebolisce. Il rischio non è solo tecnico, ma identitario. Si formano professionisti competenti, ma senza un senso comune del mestiere.

L’importanza della mentorship nella formazione è fondamentale. L’adozione dell’intelligenza artificiale in sanità deve essere accompagnata da investimenti nella formazione umana e relazionale, riconoscendo il ruolo dei formatori come garanti della qualità e dell’etica delle cure. La tecnologia non può sostituire la trasmissione di valori. Questo non significa idealizzare il passato. Anche i maestri possono essere fallibili, rigidi, distanti. L’IA può democratizzare l’accesso al sapere, ridurre disuguaglianze formative, offrire supporto continuo. La sfida non è scegliere tra maestri e algoritmi, ma integrarli. Usare l’IA per potenziare l’apprendimento, senza rinunciare alla relazione educativa che dà senso a quel sapere. E’ fondamentale cercare attivamente maestri. Non necessariamente figure formali, ma professionisti capaci di testimoniare una pratica riflessiva. Allo stesso tempo, diventa fondamentale che le istituzioni riconoscano e valorizzino il tempo della formazione. Un tempo che non produce immediatamente prestazioni, ma costruisce competenze profonde. Chi insegna davvero a diventare medico non è solo chi trasmette informazioni. È chi accompagna nella trasformazione identitaria. L’IA può essere un alleato potente, ma non può offrire questo accompagnamento. Può mostrare casi, ma non assumersi la responsabilità di un esempio. Può rispondere, ma non prendersi cura dell’apprendimento.

Alla fine, maestri e algoritmi non sono in competizione. Hanno ruoli diversi. L’algoritmo accelera l’accesso al sapere. Il maestro insegna come abitare quel sapere. Senza il primo, la formazione rischia di essere lenta e diseguale. Senza il secondo, rischia di essere rapida ma vuota. Diventare medico significa anche scegliere da chi imparare. Scegliere di non affidare tutta la propria formazione a strumenti che non possono restituire il senso della responsabilità. Coltivare relazioni educative in un mondo che spinge all’automazione è un atto controcorrente, ma necessario. Perché la medicina non è solo ciò che si sa, ma ciò che si diventa. E a diventare medici, ancora oggi, si impara soprattutto da altri medici.