Medicina difensiva, quando la paura sostituisce la cura

Il timore dell’errore e del giudizio spinge verso scelte prudenti solo in apparenza, riducendo lo spazio del giudizio clinico e della responsabilità condivisa.

Matteo Benevento

10/6/2025

white and black labeled bottle
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La parola che ricorre spesso nei corridoi degli ospedali e negli ambulatori, ma che raramente entra nel dibattito pubblico con la profondità che merita è paura. È una parola scomoda, perché racconta sia la fragilità umana del paziente, sia quella della professione medica. Per i medici la paura di sbagliare, di essere giudicati, di subire una causa legale, di essere aggrediti, di prendere una decisione clinica in buona fede e riletta a distanza di tempo come un errore, ha un nome preciso medicina difensiva. Quest’ultima non nasce da cattive intenzioni, ma dal desiderio di proteggersi. Il medico, stretto tra aspettative sempre più alte, sistemi complessi e una crescente attenzione giudiziaria, può essere portato a scegliere non ciò che è più appropriato per il paziente, ma ciò che lo espone a meno rischi personali. Se prescrivere un esame in più, richiedere una consulenza non strettamente necessaria, evitare decisioni borderline anche quando sarebbero clinicamente sensate, in apparenza può apparire come prudenza, in realtà è una forma di spostamento del baricentro della cura.

Nel tempo, la medicina ha sempre convissuto con il rischio. Ogni decisione clinica implica una quota di incertezza. La differenza è che oggi questa incertezza è osservata, registrata, valutata ex post da sistemi giuridici e mediatici che faticano a comprendere la complessità del contesto decisionale. La scelta lascia una traccia digitale e ogni deviazione da una linea guida può essere ricostruita, isolata, giudicata separatamente perdendo il senso dell’ambiente e dei contesti. In questo scenario, la paura diventa una variabile silenziosa che orienta le decisioni. L’intelligenza artificiale (IA) entra in questo quadro con una promessa ambigua. Da un lato, viene presentata come uno strumento per ridurre l’errore e aumentare la sicurezza. Sistemi di supporto decisionale, algoritmi predittivi, alert automatici sembrano offrire una rete di protezione. Dall’altro, però, possono rafforzare la logica difensiva. Se l’algoritmo suggerisce una determinata azione, seguirla può apparire più sicuro che discostarsene, anche quando il giudizio clinico suggerirebbe altro. La tecnologia diventa così non solo un supporto, ma una copertura. In questo senso, la medicina difensiva cambia forma. Non è più solo l’eccesso di esami o di prescrizioni. Diventa adesione acritica a protocolli e suggerimenti algoritmici. Diventa rinuncia alla personalizzazione per rifugiarsi nello standard. Il rischio non è solo l’aumento dei costi o l’esposizione a procedure inutili, ma l’erosione progressiva della responsabilità clinica. Quando la paura guida la decisione, la cura perde centralità.

La letteratura scientifica mostra come la medicina difensiva abbia effetti concreti sulla qualità dell’assistenza, indicando che l’eccesso di esami e procedure non migliora necessariamente gli esiti, ma può aumentare il rischio di sovradiagnosi, di trattamenti inutili e di stress per il paziente. La paura, in questo senso, non rende la medicina più sicura. La rende più rigida, soprattutto nella dimensione relazionale. Quando il medico è guidato dalla paura, la relazione con il paziente cambia. Il dialogo si fa più formale, più protettivo, meno autentico. Il consenso informato rischia di diventare uno strumento di tutela legale più che un momento di condivisione. Il paziente percepisce questa distanza, anche se non sempre riesce a nominarla. La fiducia, che è il fondamento della cura, si incrina. Inoltre la medicina difensiva viene alimentata anche dalla cultura della performance. Indicatori, ranking, valutazioni continue spingono verso una medicina che deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile. Ma fare tutto non significa fare bene. La buona medicina richiede discernimento, capacità di scegliere anche ciò che non si fa. Rinunciare a un esame inutile può essere un atto di cura tanto quanto prescriverne uno necessario. Ma rinunciare espone, e l’esposizione fa paura.

L’intelligenza artificiale può aiutare a ridurre questa paura solo se viene usata in modo maturo. Se diventa uno strumento di confronto, che rende esplicite le opzioni e i rischi, può rafforzare il giudizio clinico. Se invece viene usata come autorità che “copre” la decisione, rischia di spingere verso una medicina sempre più difensiva. Il medico non decide più perché è convinto, ma perché lo dice il sistema. La sicurezza delle cure non può essere garantita solo da protocolli e tecnologie, ma richiede contesti organizzativi che sostengano il giudizio professionale. Una medicina basata esclusivamente sulla paura non è una medicina sicura, ma una medicina paralizzata, generando uno scenario particolarmente delicato. Imparare a curare significa imparare a decidere. Ma decidere implica esporsi. Se il messaggio implicito è che sbagliare è inaccettabile, la tentazione è quella di non decidere davvero, di rifugiarsi dietro lo standard. L’IA, se non accompagnata da una riflessione etica, può rafforzare questo atteggiamento, offrendo risposte pronte che sembrano togliere il peso della scelta.

Eppure, la medicina non può rinunciare al coraggio. Non un coraggio eroico, ma un coraggio quotidiano, fatto di responsabilità e consapevolezza del limite. Accettare che non tutto è prevedibile, che non tutto è controllabile, che non tutto può essere dimostrato a posteriori come giusto. La paura non può essere eliminata, ma può essere riconosciuta e governata. Allora la vera alternativa alla medicina difensiva non è l’imprudenza, ma la fiducia. Fiducia nella formazione, nei medici, nel dialogo con il paziente. Fiducia in sistemi che riconoscano la complessità del lavoro clinico invece di semplificarlo fino a renderlo irriconoscibile. L’IA può contribuire a questa fiducia solo se viene inserita in un contesto che valorizza il giudizio umano. Alla fine, la medicina difensiva è il segnale di una crisi più profonda. Non riguarda solo il timore delle cause legali, ma il rapporto tra il medico e il proprio ruolo. Quando la paura sostituisce la cura, qualcosa si spezza. Recuperare una medicina centrata sulla responsabilità significa anche accettare che curare è un atto rischioso. Non perché sia imprudente, ma perché riguarda esseri umani, non sistemi perfetti. Probabilmente la sfida più grande non è proteggere il medico dall’errore a ogni costo, ma creare le condizioni perché possa prendersi cura senza essere paralizzato dalla paura. Perché una medicina che cura davvero ha bisogno di competenza, certo, ma anche di fiducia, e questa non nasce dalla difesa ma dalla relazione e dalla responsabilità condivisa.