Medicina personalizzata, una promessa scientifica o un semplice slogan?

Dati, algoritmi e genomica promettono cure su misura, ma la vera personalizzazione resta una sfida che va oltre la precisione tecnica.

Matteo Benevento

11/28/2025

Two pill bottles filled with pink medication.
Two pill bottles filled with pink medication.

La medicina personalizzata è ovunque. È nei documenti programmatici, nelle presentazioni delle aziende biotech, nei titoli dei convegni e nelle aspettative dei pazienti. Promette terapie su misura, diagnosi più precise, interventi calibrati sulle caratteristiche biologiche di ciascun individuo. In apparenza, rappresenta il superamento definitivo della medicina uguale per tutti. Ma dietro questa promessa si nasconde una domanda che merita di essere affrontata con lucidità: la medicina personalizzata è davvero una rivoluzione scientifica o rischia di diventare uno slogan che semplifica una realtà molto più complessa?

L’idea di personalizzare la cura non è nuova. Ogni buon medico ha sempre adattato le decisioni alla persona che aveva di fronte, tenendo conto dell’età, delle condizioni cliniche, del contesto di vita. Ciò che cambia oggi è la scala e la natura degli strumenti disponibili. L’analisi genomica, i big data, l’intelligenza artificiale permettono di integrare informazioni biologiche, cliniche e comportamentali in modi prima impensabili. La personalizzazione non si basa più solo sull’esperienza del singolo professionista, ma su modelli predittivi costruiti su milioni di dati. Dal punto di vista scientifico, i progressi sono reali. In oncologia, in farmacogenomica, nelle malattie rare, la possibilità di identificare sottogruppi di pazienti che rispondono meglio a determinati trattamenti ha migliorato gli esiti e ridotto gli effetti collaterali. Studi pubblicati su numerose riviste scientifiche mostrano come l’integrazione tra dati molecolari e clinici possa guidare decisioni più mirate. In questi contesti, parlare di medicina personalizzata non è retorica, ma descrizione di un cambiamento concreto. Eppure, ancora oggi, il termine viene spesso utilizzato in modo estensivo, fino a perdere precisione. Qualsiasi intervento supportato da un algoritmo tende a essere presentato come personalizzato. Ma personalizzare non significa semplicemente adattare una probabilità. Significa riconoscere la complessità della persona, che non si esaurisce nei suoi dati biologici. Il rischio è che la personalizzazione venga ridotta a una profilazione sofisticata, in cui l’individuo è descritto da un insieme sempre più dettagliato di variabili, ma resta comunque un caso statistico.

L’intelligenza artificiale (IA) gioca un ruolo centrale in questa ambiguità. Gli algoritmi eccellono nel segmentare, nel creare cluster, nel individuare pattern. Possono dire con maggiore precisione a quale gruppo appartiene un paziente e quale trattamento è più probabile che funzioni. Ma questa è una personalizzazione per somiglianza, non per unicità. Il paziente viene avvicinato a chi gli assomiglia di più nei dati, non riconosciuto nella sua irriducibile singolarità. Nel linguaggio pubblico, però, questa distinzione tende a scomparire. Il termine personalizzato evoca l’idea di una cura costruita intorno alla persona nella sua interezza. Quando questa promessa non viene mantenuta, la delusione è inevitabile. Il paziente può sentirsi tradito da una medicina che promette individualità e restituisce comunque standard, seppur più raffinati. In questo senso, la medicina personalizzata rischia di diventare uno slogan che alza le aspettative senza chiarire i limiti. C’è anche una questione comunicativa. Spiegare a un paziente che una decisione è personalizzata perché basata su un modello predittivo complesso non equivale a renderla comprensibile. La personalizzazione reale passa attraverso il dialogo, non solo attraverso il calcolo. Se il paziente non comprende perché una certa opzione è consigliata, la personalizzazione resta astratta. La tecnologia può suggerire, ma il senso della decisione deve essere costruito insieme.

La medicina personalizzata, inoltre, si intreccia sempre più con la medicina predittiva. Prevedere rischi futuri permette di intervenire prima, ma introduce nuove responsabilità. Personalizzare significa anche decidere quanto del futuro comunicare, come farlo, con quali conseguenze sulla vita della persona. Un rischio stimato non è un destino, ma può essere vissuto come tale. Qui emerge il limite di una personalizzazione che si ferma al dato e non considera l’impatto esistenziale dell’informazione. Dal punto di vista etico, la personalizzazione solleva interrogativi sulla giustizia. Le tecnologie più avanzate sono costose e non sempre accessibili. Se la medicina personalizzata diventa il nuovo standard, chi resterà escluso? Il rischio è quello di una medicina a più velocità, in cui alcuni ricevono cure sempre più mirate e altri restano ancorati a protocolli generici. La promessa di personalizzazione può trasformarsi in una nuova fonte di disuguaglianza. Le principali istituzioni sanitarie internazionali invitano a un uso responsabile del concetto sottolineando che l’innovazione deve essere valutata non solo per la sua efficacia, ma anche per il suo impatto sull’equità e sulla sostenibilità dei sistemi sanitari. Una medicina davvero personalizzata non può prescindere da queste dimensioni.

Per il medico, la medicina personalizzata rappresenta una sfida identitaria. Da un lato, offre strumenti potenti per migliorare le decisioni. Dall’altro, rischia di spostare l’attenzione dalla relazione al modello. Il medico può essere tentato di affidarsi al sistema, riducendo il proprio ruolo a quello di intermediario. Ma la vera personalizzazione non avviene nel database. Avviene nell’incontro tra evidenza e significato, tra ciò che è probabile e ciò che è desiderabile per quella persona. Tuttavia imparare a usare strumenti di medicina personalizzata non basta. Serve imparare a interpretarli criticamente, a spiegarli, a integrarli con la storia del paziente. Senza questa competenza, la personalizzazione resta una promessa tecnica priva di profondità umana.

La domanda promessa scientifica o slogan? non ha una risposta univoca. La medicina personalizzata è entrambe le cose. È una promessa scientifica quando viene usata con rigore, consapevolezza dei limiti e attenzione alla persona. Diventa uno slogan quando viene ridotta a etichetta, quando confonde precisione con comprensione, quando ignora la dimensione relazionale della cura. Alla fine, una medicina è davvero personalizzata non quando conosce tutto del paziente, ma quando riconosce ciò che conta per lui. L’intelligenza artificiale può aiutare a vedere meglio, a prevedere di più, a scegliere con maggiore accuratezza. Ma personalizzare, nel senso pieno del termine, resta un atto umano. Richiede ascolto, tempo, responsabilità. Senza questi elementi, anche la tecnologia più avanzata rischia di parlare di personalizzazione senza mai raggiungerla davvero.