Medicina predittiva, prevenzione o nuova forma di determinismo biologico?

Prevedere il rischio può salvare vite, ma quando la probabilità diventa identità il confine tra prevenzione e determinismo si fa sottile.

Matteo Benevento

3/10/2025

Person checking time on a smartwatch
Person checking time on a smartwatch

Sempre più frequentemente, in medicina il futuro entra nella stanza del medico prima ancora che al paziente compaiano i sintomi. Un referto genetico, un algoritmo predittivo, una stima di rischio comunicano a una persona non ciò che ha, ma ciò che potrebbe avere. È in questo passaggio che la medicina predittiva mostra tutta la sua ambivalenza. Da un lato promette prevenzione, personalizzazione delle cure, interventi precoci. Dall’altro introduce una nuova forma di inquietudine, quella di sentirsi definiti da una probabilità. La domanda allora diventa inevitabile, stiamo usando la predizione per prenderci cura meglio delle persone o stiamo costruendo un nuovo determinismo biologico?

La medicina predittiva nasce dall’incontro tra genetica, big data e intelligenza artificiale (IA). Analizzando grandi quantità di informazioni biologiche, ambientali e comportamentali, questi sistemi cercano di stimare il rischio individuale di sviluppare una malattia. Non si limitano più a dire se una patologia è presente o assente, ma calcolano traiettorie possibili, scenari futuri, curve di probabilità. Studi pubblicati su Nature Medicine e The Lancet mostrano come questi modelli possano migliorare la prevenzione cardiovascolare, oncologica e metabolica, permettendo interventi mirati su soggetti ad alto rischio prima che la malattia si manifesti clinicamente. In teoria, è una rivoluzione positiva. Prevenire significa ridurre sofferenza, costi, complicanze. Ma nella pratica clinica emerge una tensione profonda tra ciò che è statisticamente probabile e ciò che è individualmente reale. Una probabilità non è una diagnosi, eppure può essere vissuta come tale. Sapere di avere un rischio elevato di sviluppare una malattia può influenzare il modo in cui una persona percepisce il proprio corpo, le proprie scelte, il proprio futuro. La medicina predittiva non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a plasmarla. Il rischio è che la previsione venga confusa con il destino. Quando un algoritmo assegna una percentuale, quella cifra tende ad assumere un peso simbolico sproporzionato. Diventa un’etichetta, un’anticipazione dell’identità biologica. La letteratura di bioetica sottolinea come questo possa generare ansia, stigma, medicalizzazione eccessiva. Un individuo sano, ma ad alto rischio, può iniziare a percepirsi come malato in potenza, modificando comportamenti e aspettative sulla base di qualcosa che potrebbe non accadere mai.

Dal punto di vista clinico, il problema non è la predizione in sé, ma il modo in cui viene interpretata e comunicata. Come ricorda Gerd Gigerenzer nei suoi studi sulla comprensione del rischio, molte persone, inclusi i professionisti sanitari, faticano a distinguere tra probabilità assolute, relative e individuali. Un aumento del rischio non significa certezza, ma spesso viene percepito come tale. In questo spazio di ambiguità, il medico ha un ruolo cruciale, che nessun algoritmo può sostituire. Esiste poi una questione di giustizia e di equità. I modelli predittivi si basano su dati storici. Se quei dati riflettono disuguaglianze sociali, ambientali o di accesso alle cure, le predizioni rischiano di rafforzarle. Un algoritmo può identificare come “ad alto rischio” una persona non solo per caratteristiche biologiche, ma per il contesto in cui vive. Senza un’interpretazione critica, la medicina predittiva può trasformarsi in uno strumento che giustifica differenze invece di ridurle. Studi pubblicati su Science e JAMA hanno mostrato come alcuni modelli predittivi incorporino bias socioeconomici difficili da individuare, ma con effetti concreti sulle decisioni cliniche.

Un altro nodo riguarda la libertà. Se una persona è informata di un rischio elevato, quanto è davvero libera nelle proprie scelte? Può decidere di ignorare quella previsione senza sentirsi irresponsabile? Può rifiutare un intervento preventivo senza essere giudicata? La medicina predittiva, se non gestita con attenzione, rischia di trasformare la prevenzione in una forma di pressione morale, in cui il paziente si sente obbligato a conformarsi alle indicazioni per “non sprecare” una possibilità di ridurre il rischio. In questo scenario, il ruolo del medico cambia profondamente. Non è più solo colui che cura una malattia, ma colui che accompagna una persona nel confronto con un futuro possibile. Questo richiede competenze che vanno oltre la tecnica. Richiede capacità comunicative, sensibilità etica, consapevolezza dei limiti della predizione. La probabilità deve essere restituita come informazione, non come sentenza. Deve aprire uno spazio di decisione e non chiuderlo.

Le principali istituzioni internazionali insistono su questo punto. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’uso di strumenti predittivi in sanità deve essere accompagnato da un forte presidio umano, capace di garantire che le informazioni vengano utilizzate per migliorare la salute e non per ridurre la complessità delle persone a un profilo di rischio. La predizione, da sola, non è cura. Diventa cura solo quando è inserita in una relazione di fiducia. Infine c’è una questione culturale più ampia. La medicina predittiva riflette una visione del corpo come insieme di dati, di probabilità, di traiettorie calcolabili. È una visione potente, ma incompleta. Il corpo umano non è solo un sistema biologico, ma un luogo di esperienza, di significato, di relazione. Ridurlo a un grafico di rischio significa perdere una parte essenziale della medicina.

Oggi, la sfida non è scegliere tra predizione e cura, ma impedire che la prima si sostituisca alla seconda. La prevenzione è uno degli strumenti più importanti della medicina moderna, ma diventa problematica quando si trasforma in determinismo. Il futuro può essere stimato, ma non deve essere imposto. L’algoritmo può indicare una probabilità, ma non può decidere chi siamo o chi diventeremo. Alla fine, la medicina predittiva mette il medico davanti a una responsabilità nuova e delicata. Non solo quella di interpretare un dato, ma quella di proteggere lo spazio di libertà del paziente. Di ricordare che una percentuale non è una condanna, che il rischio non è un destino, che la cura non consiste nel controllare il futuro, ma nel accompagnare le persone nel presente. Forse è proprio qui che si misura l’umanità della medicina del futuro. Non nella capacità di prevedere tutto, ma nel saper convivere con ciò che non può essere previsto. Perché la salute non è solo l’assenza di malattia futura. È la possibilità di vivere senza essere definiti da ciò che potrebbe accadere.