Prestare attenzione, perché la medicina del futuro dipende da ciò che scegliamo di guardare

Tra alert continui e sovraccarico informativo, l’attenzione diventa una competenza clinica decisiva che nessun algoritmo può esercitare al posto del medico.

Matteo Benevento

7/9/2025

Various perspectives of a human brain are displayed.
Various perspectives of a human brain are displayed.

La medicina è attraversata da un paradosso silenzioso. Non è mai stata così ricca di informazioni e, allo stesso tempo, così povera di attenzione. L’intelligenza artificiale (IA) moltiplica i segnali, gli alert, le metriche, le visualizzazioni. Tutto chiede di essere visto, valutato, interpretato. In questo flusso continuo, l’attenzione diventa una risorsa scarsa. E proprio per questo, una competenza clinica decisiva. Curare, oggi, significa innanzitutto scegliere a cosa prestare attenzione. L’attenzione non è semplice concentrazione. È orientamento. È la capacità di dare priorità, di distinguere l’essenziale dall’accessorio, il significativo dal rumore. In medicina, questa capacità è sempre stata cruciale. Saper cogliere un dettaglio rilevante in mezzo a molti segni, riconoscere ciò che non torna, accorgersi di un cambiamento sottile. Però, l’attenzione è messa sotto pressione da sistemi che segnalano tutto, continuamente.

L’intelligenza artificiale promette di aiutare l’attenzione umana, filtrando, segnalando, ordinando. Ma ogni filtro incorpora una scelta. Ogni algoritmo decide cosa è rilevante e cosa no. Se queste scelte vengono accettate senza consapevolezza, l’attenzione del medico rischia di essere guidata più dal sistema che dalla relazione clinica. Prestare attenzione, allora, non significa solo guardare ciò che viene indicato, ma interrogarsi su ciò che resta fuori. Nel rapporto medico-paziente, l’attenzione è percepibile. Un medico attento è riconoscibile dal modo in cui guarda, ascolta, risponde. L’attenzione crea presenza, anche in poco tempo. Nel 2025, quando le interazioni sono spesso frammentate e mediate da dispositivi, l’attenzione diventa un segnale di rispetto. Non si tratta di dedicare ore, ma di esserci davvero nel momento dell’incontro. L’attenzione è anche ciò che permette di cogliere la complessità. Un paziente può presentare un problema apparentemente semplice, ma carico di implicazioni emotive, sociali, familiari. L’IA può identificare il problema clinico, ma non sempre le sue risonanze. Prestare attenzione significa accorgersi che una domanda medica è anche una domanda esistenziale. Senza questa sensibilità, la cura rischia di essere tecnicamente corretta e umanamente inadeguata.

Oggi l’attenzione è minacciata dalla frammentazione. Notifiche, interruzioni, multitasking riducono la profondità dello sguardo. La medicina diventa una sequenza di micro-decisioni. In questo contesto, l’errore non nasce solo da mancanza di conoscenza, ma da mancanza di attenzione. L’IA può ridurre alcuni carichi cognitivi, ma se aumenta il numero di stimoli, il beneficio si perde. L’attenzione va protetta. Prestare attenzione significa anche rallentare quando serve. Come già visto, la lentezza è spesso una condizione dell’attenzione. Guardare davvero richiede tempo. Non sempre molto, ma tempo non interrotto. Difendere spazi di attenzione diventa una scelta organizzativa e culturale. Senza questi spazi, la tecnologia accelera senza migliorare la qualità. L’attenzione è anche una forma di giustizia. A chi prestiamo attenzione? Quali pazienti ricevono uno sguardo approfondito e quali vengono trattati in modo standardizzato? Il rischio è che l’attenzione segua ciò che è più facilmente misurabile o segnalabile, trascurando ciò che è meno visibile. Fragilità sociali, disagio psicologico, contesti complessi richiedono un’attenzione che non è automaticamente prodotta dai dati. Nel rapporto con l’IA, l’attenzione è una competenza critica. Accettare un suggerimento senza interrogarsi, seguire un alert senza verificarlo, può portare a decisioni inappropriate. Prestare attenzione significa anche esercitare uno sguardo critico sulla tecnologia. Chiedersi perché un sistema segnala qualcosa, su quali dati si basa, quali limiti ha. Questa attenzione protegge il paziente e il professionista. La letteratura scientifica Studi pubblicati su BMJ Quality & Safety evidenziano che molti errori clinici sono associati a distrazioni, sovraccarico informativo e perdita di attenzione, mostrando che l’attenzione è correlata alla sicurezza delle cure. Migliorare l’attenzione non è solo una questione individuale. Richiede ambienti di lavoro che la rendano possibile. L’IA può contribuire, ma solo se progettata con questo obiettivo.

L’attenzione è anche una competenza relazionale. Prestare attenzione significa riconoscere l’altro come interlocutore, non come caso. Questo ha effetti profondi sulla fiducia, sull’aderenza alle cure, sulla soddisfazione. Un paziente che si sente visto è più disposto a collaborare. L’attenzione, quindi, non è un costo. È un investimento. Imparare a prestare attenzione è una sfida in un contesto di iperstimolazione. Si impara osservando chi riesce a mantenere uno sguardo integrato, chi non si lascia guidare solo dagli schermi, chi usa la tecnologia senza esserne assorbito. Questa competenza distingue il medico che governa la complessità da quello che la subisce.

L’attenzione è anche un atto etico. Significa assumersi la responsabilità di ciò che si guarda e di ciò che si ignora. In medicina, ignorare non è sempre possibile, ma scegliere dove concentrare l’attenzione è inevitabile. Questa scelta ha conseguenze. Prestare attenzione a ciò che conta è una forma di cura. La qualità delle cure dipende anche dalla capacità dei sistemi di ridurre distrazioni e sovraccarichi, permettendo ai professionisti di concentrarsi su ciò che è rilevante. Nell’era dell’IA, questo principio diventa centrale. Prestare attenzione significa anche resistere alla tentazione di delegare completamente lo sguardo. La tecnologia può suggerire, ma non può sostituire la responsabilità dell’attenzione. Guardare è un atto umano. Decidere cosa guardare è un atto morale.

Alla fine, la medicina del futuro non dipenderà solo da ciò che saprà calcolare, ma da ciò che saprà vedere. In un mondo pieno di segnali, l’attenzione è ciò che trasforma l’informazione in conoscenza e la conoscenza in cura. Prestare attenzione, oggi, è forse l’atto più radicale. Perché significa scegliere di non essere travolti dal flusso, ma di orientarlo. E in questa scelta si gioca la qualità della medicina che vogliamo costruire nell’era dell’intelligenza artificiale.