Prevenire tutto, quando la medicina rischia di non lasciare spazio alla vita
L’ossessione per il rischio zero e il controllo continuo può migliorare la salute, ma anche produrre ansia, colpa e medicalizzazione dell’esistenza.
Matteo Benevento
1/29/2024
La prevenzione è oggi diventata una parola chiave, forse la più potente nel vocabolario della medicina contemporanea. Prevenire significa anticipare, ridurre il rischio, evitare la malattia prima che si manifesti. In un mondo segnato dall’incertezza, la promessa di prevenzione appare rassicurante. Se possiamo sapere prima, possiamo intervenire prima. Se possiamo intervenire prima, possiamo vivere meglio. Eppure, dietro questa catena apparentemente logica, si nasconde una domanda che raramente viene posta: cosa accade quando la prevenzione diventa totalizzante? Quando il tentativo di prevenire tutto rischia di non lasciare spazio alla vita stessa?
La medicina preventiva nasce con un intento profondamente etico. Ridurre la sofferenza, evitare malattie gravi, promuovere la salute pubblica. Vaccinazioni, screening, campagne di educazione sanitaria hanno salvato milioni di vite. Nessuno mette in discussione questo patrimonio. Il problema emerge quando la prevenzione si estende oltre il necessario e diventa un paradigma onnipresente. Oggi, grazie ai dati continui, ai test genetici, agli algoritmi predittivi, quasi ogni aspetto della vita può essere letto come un fattore di rischio. Mangiare, dormire, muoversi, lavorare, provare stress, provare emozioni intense. Tutto può essere misurato, correlato, trasformato in probabilità. La prevenzione, in questo contesto, non riguarda più solo evitare una malattia, ma ottimizzare costantemente il comportamento. La salute diventa un progetto permanente, un compito senza fine. Vivere bene rischia di trasformarsi in vivere correttamente.
L’intelligenza artificiale (IA) accelera questa trasformazione. Gli algoritmi integrano dati biometrici, genetici e comportamentali e restituiscono suggerimenti continui. Riduci questo rischio, aumenta quella abitudine, modifica quel parametro. In teoria, questo dovrebbe aiutare. In pratica, può generare una pressione costante. Ogni scelta quotidiana viene valutata in termini di rischio futuro. Il presente perde valore rispetto a un domani che deve essere continuamente messo in sicurezza. La prevenzione rischia così di diventare una forma sottile di medicalizzazione della vita. Non si è più malati, ma non si è mai del tutto sani. Si è sempre a rischio. Questo stato intermedio, apparentemente neutro, ha conseguenze profonde. Può generare ansia, senso di colpa, iper-controllo. La persona non vive più il corpo come un alleato, ma come un sistema da sorvegliare. Ogni deviazione dalla norma diventa una potenziale minaccia. La letteratura scientifica mostra che la prevenzione eccessiva non è priva di effetti collaterali, parlando di sovradiagnosi e overtreatment come problemi reali della medicina moderna. Identificare precocemente una condizione che non avrebbe mai dato sintomi può trasformare una persona sana in un paziente, con tutto ciò che questo comporta in termini di stress, trattamenti inutili, cambiamenti identitari. Prevenire non significa sempre migliorare la qualità della vita. Anche l’aspetto etico non va sottovalutato. Quando la prevenzione diventa norma sociale, la responsabilità individuale può trasformarsi in obbligo morale. Se una persona si ammala, la domanda implicita diventa ha fatto tutto il possibile per prevenirlo? In questo clima, la malattia rischia di essere letta come una colpa. L’idea di rischio, anziché promuovere solidarietà, può produrre giudizio. La medicina, nata per prendersi cura, rischia di diventare uno strumento di controllo sociale. Nel rapporto medico-paziente, questa tensione è sempre più evidente. Il medico non è più solo colui che cura, ma colui che monitora, avverte, corregge. Deve decidere quali rischi comunicare, come farlo, quando fermarsi. Dire tutto è sempre giusto? Informare su ogni minima probabilità migliora davvero la capacità decisionale del paziente? Queste domande non hanno risposte semplici. La prevenzione totale mette in crisi anche il concetto di libertà. Vivere comporta rischi. Ogni scelta significativa implica una possibilità di perdita. Una medicina che punta a eliminare ogni rischio rischia di eliminare anche la possibilità di scegliere. La persona viene orientata verso comportamenti considerati ottimali, spesso sulla base di medie statistiche. Ma una vita buona non coincide necessariamente con una vita a rischio minimo. La qualità dell’esistenza non è riducibile a un algoritmo di ottimizzazione, mentre la prevenzione deve essere proporzionata, basata su evidenze solide e rispettosa dell’autonomia individuale. Promuovere la salute non significa imporre uno stile di vita, ma creare condizioni che permettano alle persone di fare scelte informate e sostenibili. Il rischio culturale più grande è confondere prevenzione con perfezione. La salute non è uno stato ideale da raggiungere e mantenere senza scosse. È un equilibrio dinamico, fragile, che si costruisce nel tempo. Accettare questa fragilità non significa rinunciare alla prevenzione, ma sottrarla all’illusione del controllo totale. Per il medico saper dire quando prevenire è utile e quando rischia di diventare eccessivo richiede una competenza nuova. Saper accompagnare il paziente senza invaderne la vita. Saper riconoscere che non tutto ciò che può essere previsto deve necessariamente essere comunicato o corretto. Questa competenza non si apprende nei manuali, ma nell’esperienza e nella riflessione etica. Anche la dimensione esistenziale va valutata. Vivere significa anche accettare l’imprevedibilità. Una medicina che promette di eliminare ogni incertezza rischia di tradire questa dimensione fondamentale dell’umano. La prevenzione ha senso quando protegge, non quando soffoca. Quando libera energie, non quando le consuma tutte nel tentativo di evitare il peggio.
La sfida oggi non è smettere di prevenire, ma imparare a prevenire con misura. Riconoscere che il rischio zero non esiste e che inseguirlo può avere un costo umano elevato. La medicina può e deve aiutare a vivere meglio, non a vivere sotto sorveglianza permanente. Alla fine, prevenire tutto significa non lasciare spazio alla vita così com’è, con le sue imperfezioni, le sue scelte, i suoi rischi. Una buona medicina sa quando intervenire e quando fare un passo indietro. Sa che proteggere la salute non significa controllare ogni aspetto dell’esistenza, ma permettere alle persone di vivere una vita che sentano davvero come propria.
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