Quando curare non significa guarire ma rappresenta il limite come atto di responsabilità
Riconoscere il limite della medicina non è una sconfitta, ma una scelta etica che restituisce senso alla cura anche quando la guarigione non è possibile.
Matteo Benevento
12/19/2025
La medicina oggi dispone di strumenti potentissimi. Diagnosi sempre più precoci, terapie mirate, algoritmi capaci di prevedere scenari complessi. In questo panorama, la guarigione appare come un obiettivo sempre più raggiungibile, quasi un dovere implicito. Eppure, proprio mentre le possibilità crescono, emerge con forza una verità antica e spesso rimossa: non sempre si può guarire. Non sempre curare significa eliminare la malattia. In questi casi, la domanda decisiva non è cosa fare in più, ma quando fermarsi. E fermarsi, oggi, è uno degli atti più difficili e più responsabili della medicina. Per lungo tempo il limite è stato percepito come un fallimento. Il punto in cui la scienza si arresta, in cui il medico non può più fare nulla. Questa espressione, così diffusa, tradisce una visione riduttiva della cura. Come se la cura coincidesse esclusivamente con l’intervento tecnico, visione tra l’altro che mostra tutta la sua fragilità. La medicina può fare moltissimo, ma non può tutto. E riconoscere questo non tutto non è una resa, ma una scelta etica.
L’intelligenza artificiale (IA) amplifica questa tensione. Ogni nuovo strumento promette di spostare il limite un po’ più in là. Ogni previsione suggerisce che esista ancora una possibilità, un’opzione, una strada da tentare. Il rischio è che il limite venga percepito come qualcosa da negare sistematicamente. Se c’è ancora una percentuale, anche minima, perché fermarsi? Se esiste un protocollo alternativo, perché non provarlo? In questo clima, il limite diventa sospetto. Ma la medicina non è solo gestione di possibilità. È anche valutazione di proporzioni. Curare significa scegliere ciò che è appropriato, non semplicemente ciò che è possibile. Quando la tecnologia rende possibile quasi tutto, il discernimento diventa più importante che mai. Non tutto ciò che può essere fatto dovrebbe essere fatto. Questa distinzione, semplice a dirsi, è estremamente complessa da praticare. Molti percorsi di cura si prolungano oltre il beneficio reale per il paziente. Non per cattiveria o accanimento consapevole, ma per una combinazione di fattori, aspettative elevate, paura di sbagliare, pressione dei familiari, medicina difensiva, fiducia eccessiva nella tecnologia. L’IA, offrendo continuamente nuove opzioni, può rendere difficile riconoscere il momento in cui il trattamento smette di essere cura e diventa solo prolungamento del processo terapeutico. Curare quando non si può guarire significa cambiare sguardo. Significa spostare l’attenzione dall’obiettivo della guarigione a quello del senso. Che cosa significa questa scelta per la vita della persona? Quale qualità di vita produce? Quale sofferenza aggiunge o riduce? Queste domande non trovano risposta nei dati, ma nel dialogo. L’IA può indicare scenari, ma non può valutare il significato di una scelta per un individuo concreto. Nel rapporto medico-paziente, il limite è uno dei momenti più delicati. Dire che non si guarirà richiede una competenza comunicativa ed emotiva elevatissima. Non si tratta di togliere speranza, ma di trasformarla. La speranza non coincide sempre con la guarigione. Può diventare speranza di sollievo, di dignità, di accompagnamento. Quando il medico riconosce il limite e lo comunica con onestà, non abbandona il paziente. Al contrario, gli resta accanto in modo diverso. Le cure palliative e l’accompagnamento assumono un ruolo sempre più centrale, proprio perché la tecnologia ha reso il confine più sfumato. Decidere di orientarsi verso una cura che non mira a guarire, ma a prendersi cura, è una scelta attiva. Richiede competenza, coraggio e responsabilità. Non è una rinuncia, ma una ridefinizione degli obiettivi. La letteratura scientifica mostra che riconoscere il limite può migliorare la qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari e indicano che un approccio orientato alla proporzionalità delle cure riduce sofferenze inutili e favorisce una migliore esperienza del fine vita. Eppure, questi dati faticano a tradursi in pratica, perché il limite resta culturalmente difficile da accettare. L’intelligenza artificiale può aiutare anche qui, se utilizzata con maturità. Può supportare nella valutazione della prognosi, nell’identificazione dei momenti di transizione, nel riconoscimento di quando i benefici attesi di un trattamento diventano marginali. Ma non può sostituire la decisione umana. Può segnalare, non scegliere. Il rischio è che l’IA venga usata per rimandare il limite, non per riconoscerlo.
Al medico viene chiesto sempre fare tutto il possibile. Ma cosa significa “possibile”? Possibile tecnicamente? Possibile eticamente? Possibile umanamente? Queste domande diventano centrali, perché il possibile tecnico attraverso l’IA si è enormemente ampliato. Per il medico, accettare il limite significa confrontarsi con la propria impotenza. Con l’idea che la competenza non garantisce il controllo totale. In una cultura che valorizza l’efficacia e la performance, questa accettazione è difficile. L’IA può offrire una via di fuga, promettendo soluzioni continue. Ma la maturità professionale passa anche dal saper stare nell’impossibilità senza viverla come una sconfitta. Il limite è anche un atto di tutela. Tutela il paziente da interventi sproporzionati. Tutela il medico dal burnout e dalla sensazione di dover sempre fare di più. Tutela il sistema sanitario da una spirale di trattamenti che consumano risorse senza restituire valore umano. In questo senso, riconoscere il limite è un atto di giustizia.
Il rischio più grande non è non riuscire a guarire, ma non riuscire a fermarsi. Confondere la disponibilità di strumenti con l’obbligo di usarli. Ridurre la cura a una sequenza di tentativi, senza interrogarsi sul loro senso. La tecnologia può rendere questo rischio più sottile, perché rende ogni scelta apparentemente giustificabile. Alla fine, quando curare non significa guarire, la medicina torna alla sua essenza più profonda. Prendersi cura di una persona nella sua vulnerabilità, accompagnarla, alleviare la sofferenza, rispettarne i valori. Questi gesti non sono meno medici di una terapia avanzata. Sono, forse, i più difficili da esercitare in un’epoca che confonde il progresso con l’illimitato. Riconoscere il limite è un atto di responsabilità. Non perché rinuncia al sapere, ma perché lo colloca dentro una visione umana della cura. L’intelligenza artificiale può ampliare le possibilità della medicina, ma non può dirle quando è il momento di fermarsi. Questa decisione resta profondamente umana. Chiudere questo ciclo significa tornare a una domanda semplice e radicale, che cosa significa davvero curare? Se la risposta include anche il saper dire basta, il saper accompagnare, il saper restare, allora la medicina, anche nell’era dell’algoritmo, conserva il suo senso più autentico.
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