Quando l’efficienza diventa criterio: il rischio di ridurre la cura a prestazione
Ottimizzare non basta. Se l’efficienza prende il posto del senso, la medicina rischia di perdere ciò che la rende davvero cura.
Matteo Benevento
2/3/2025
L’efficienza è diventata una parola chiave nella medicina contemporanea. Ridurre i tempi, ottimizzare i percorsi, aumentare la produttività sono obiettivi legittimi in sistemi sanitari sotto pressione. L’intelligenza artificiale (IA) si inserisce in questo contesto come strumento privilegiato, capace di velocizzare processi e supportare decisioni. Ma quando l’efficienza smette di essere un mezzo e diventa il criterio principale, la cura rischia di trasformarsi in prestazione. Nel lavoro clinico, l’efficienza ha sempre convissuto con la complessità. Curare non è mai stato un processo lineare. Richiede ascolto, adattamento, tempo variabile. L’IA tende a standardizzare, a rendere comparabili situazioni diverse, a proporre soluzioni rapide. Questo può migliorare l’organizzazione, ma può anche spostare l’attenzione da ciò che serve davvero a ciò che è più facilmente misurabile. Dal punto di vista clinico, il rischio emerge quando la velocità viene premiata più della comprensione. Un percorso efficiente non è necessariamente un percorso appropriato. Ridurre il tempo di una visita può aumentare il numero di prestazioni, ma ridurre la qualità della relazione. L’IA può segnalare ciò che va fatto, ma non percepisce ciò che resta in sospeso. La cura non è solo esecuzione corretta, ma interpretazione.
Nel rapporto con il paziente, l’efficienza può essere vissuta in modo ambivalente. Da un lato, meno attese e percorsi più chiari sono un beneficio. Dall’altro, la sensazione di essere inseriti in una catena di montaggio mina la fiducia. Quando la visita diventa una sequenza di passaggi, il paziente fatica a sentirsi riconosciuto. La tecnologia non crea questa dinamica, ma può amplificarla se non governata. Oggi i medici si trovano ad operare in ambienti orientati principalmente all’efficienza. Si impara a fare bene ciò che è richiesto, meno a interrogarsi su ciò che resta fuori dal protocollo. L’IA può diventare una guida silenziosa che orienta le priorità formative. Il rischio non è perdere competenze, ma perdere profondità e allontanarsi dalla dimensione etica. Quando l’efficienza diventa criterio dominante, alcune forme di cura diventano marginali. L’ascolto prolungato, la gestione dell’incertezza, l’accompagnamento nelle fasi difficili non producono indicatori immediati. Eppure, sono spesso ciò che fa la differenza per la persona. Ridurre la cura a ciò che è misurabile significa impoverirla.
L’IA, in questo contesto, non è neutra. Gli algoritmi vengono addestrati per ottimizzare determinati obiettivi. Tutto ciò che non contribuisce all’efficienza tende ad essere invisibile. Questo non è un errore del sistema, ma una scelta di progettazione. Riconoscerlo è fondamentale per non confondere l’ottimizzazione con la qualità. Nel lavoro quotidiano, il medico si trova così a bilanciare due pressioni. Da un lato, la richiesta di essere efficiente. Dall’altro, il bisogno di essere presente. L’IA può alleggerire alcuni carichi, ma può anche intensificarne altri, aumentando le aspettative di produttività. Senza una riflessione esplicita, l’efficienza rischia di colonizzare lo spazio della cura. La vera sfida non è rinunciare all’efficienza, ma ridimensionarla. Utilizzarla dove serve, senza permetterle di definire il senso della pratica clinica. L’efficienza è uno strumento, non un valore assoluto. Quando diventa il criterio principale, la medicina perde la capacità di riconoscere ciò che non si lascia comprimere. In questo senso, la responsabilità non è solo individuale. È organizzativa e culturale. Proteggere il tempo della relazione, riconoscere il valore di ciò che non produce numeri immediati, integrare l’IA senza piegare tutto alla logica della prestazione sono scelte che definiscono il tipo di medicina che vogliamo costruire. Il compito più difficile, oggi, è ricordare che curare non è fare il massimo nel minor tempo possibile, ma fare ciò che è giusto nel tempo che serve. L’intelligenza artificiale può aiutare a lavorare meglio, ma non può decidere cosa significhi prendersi cura. Se l’efficienza diventa il criterio unico, la medicina rischia di perdere la sua ragione d’essere. Se resta uno strumento al servizio della relazione, può invece contribuire a renderla più sostenibile. La differenza non la fa la tecnologia, ma il modo in cui scegliamo di usarla.
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