Quando l'essere diventa relazione

Cosa cambia nella filosofia se il digitale sposta l'attenzione dalle cose ai legami che le connettono

RELAZIONI AUMENTATEAIULTIMO ARTICOLOALFONSO

di Alfonso Benevento

8/9/20266 min leggere

Man and woman holding hands walking on city street.
Man and woman holding hands walking on city street.

C'è un modo di guardare il mondo che comincia sempre dagli oggetti: una sedia, un corpo, un algoritmo, un pensiero. E c'è un modo diverso, meno intuitivo, che comincia invece dai legami fra le cose, come se l'esistenza vera non risiedesse nell'oggetto isolato ma nella rete di rapporti che lo attraversa. Non è un dettaglio da manuale di filosofia. È, forse, la domanda più urgente che il digitale ci pone. 
Qualche settimana fa, commentando su queste pagine la relazione fra esseri umani e sistemi artificiali, Luciano Floridi ha osservato una cosa semplice e insieme decisiva: l'analogico pensa per cose, per questo ama i meccanismi; il digitale pensa per relazioni, per questo ama le reti. È una distinzione che, presa sul serio, cambia il tipo di domande che possiamo porci. 
La filosofia occidentale, per la gran parte della sua storia, ha pensato la realtà a partire dalla sostanza: un ente esiste prima, e solo dopo entra in relazione con altri enti. Gilbert Simondon ha rovesciato questa priorità già settant'anni fa: non l'ente stabile che poi si relaziona, ma il processo di individuazione che, attraverso scambi continui con un ambiente, produce l'ente come suo effetto provvisorio. Se le cose stanno così, allora la relazionalità del digitale non è, in sé, una novità filosofica: è semmai la conferma su scala di massa di qualcosa che la filosofia aveva già intuito. La vera domanda, allora, non è se la realtà sia relazionale — lo è sempre stata — ma che cosa sia cambiato in quella relazionalità perché oggi la sentiamo come un problema inedito. 
La risposta, credo, è questa: le relazioni che formano un gusto, un giudizio, un'identità sono sempre state, in larghissima parte, emergenti — nessuno le progettava, si componevano dal basso, per accumulo di incontri non pianificati. Oggi, per una porzione crescente dell'esperienza, quelle stesse relazioni sono ingegnerizzate: qualcuno decide quali connessioni rendere visibili, in quale ordine, con quale frequenza. Non è cambiata l'ontologia. È comparso un autore. Chiamerò questo campo, da qui in avanti, campo firmato — per distinguerlo dal campo emergente in cui gusti, giudizi e identità si sono formati fino a ieri. Ma la scoperta che conta di più non riguarda la firma. Riguarda ciò che a quella firma manca. 
Emmanuel Levinas ha sostenuto che l'obbligo etico nasce nell'incontro con il volto dell'altro: è il volto, nella sua fragilità esposta, a chiamarmi in causa, a rendermi responsabile prima ancora che io decida di esserlo. Un progettista di sistemi ha, in questo senso stretto, un volto: potrebbe essere convocato, guardato negli occhi, chiamato a rispondere. Ma l'autore del campo firmato non è quasi mai un progettista singolo. È un criterio di ottimizzazione distribuito su migliaia di decisioni incrementali, versioni di un algoritmo, esperimenti interni, obiettivi trimestrali — un'autorialità reale, misurabile, eppure strutturalmente priva di volto. Il campo è firmato. Ma la firma non ha volto. 
Un esempio concreto rende la cosa meno astratta. Quando un sistema di raccomandazione suggerisce una canzone, un video, un prodotto, non si limita a soddisfare un gusto che esisteva già, formato altrove. Riorganizza, giorno dopo giorno, la rete di associazioni attraverso cui quel gusto si costituisce. Una ricerca condotta su oltre cento milioni di utenti Spotify ha mostrato che l'ascolto guidato dall'algoritmo, rispetto a quello ricercato autonomamente, riduce sistematicamente la diversità di ciò che le persone ascoltano (Anderson et al., 2020). Non cambia soltanto che cosa ascoltiamo. Cambia la struttura delle relazioni fra i brani — e quella struttura, per la prima volta, ha un progettista con un nome, un obiettivo, un bilancio da far quadrare. 
A questo punto si può opporre un'obiezione seria, non un fantoccio: dire che l'algoritmo ha un autore rischia di essere ingenuo quanto dire che uno specchio ha un'opinione. I sistemi di raccomandazione più diffusi sono addestrati sul comportamento aggregato di milioni di utenti: suggeriscono ciò che persone simili hanno già scelto. In questo senso l'autore non sarebbe un singolo ingegnere, ma la massa stessa degli utenti, riflessa e restituita a se stessa. È un'obiezione fondata, e va concessa fino in fondo: nessun progettista sceglie, brano per brano, che cosa ascolterai domani. L'input è collettivo, diffuso, in larga parte fuori dal controllo di chiunque. 
Ma c'è un livello che questa obiezione non tocca, ed è proprio quello in cui risiede l'autorialità reale: non il singolo contenuto suggerito, ma il criterio secondo cui il sistema decide che cosa contare come buon suggerimento — massimizzare il tempo di permanenza, la probabilità di click, la diversità, la sorpresa. Quella scelta non emerge dagli utenti: viene fissata a monte, come obiettivo del sistema. È un dato che rende più comprensibile anche il risultato, altrimenti spiazzante, di un esperimento su quasi novemila partecipanti: manipolare direttamente le raccomandazioni di YouTube per creare bolle ideologiche ha prodotto effetti sorprendentemente limitati sulle opinioni politiche (Liu et al., 2025). Se l'autorialità agisse al livello del singolo contenuto mostrato, un esperimento così diretto avrebbe dovuto produrre un effetto misurabile. Il fatto che non lo produca suggerisce che il punto in cui il sistema esercita davvero la propria autorialità non è il contenuto specifico, ma il criterio — deciso altrove, prima, da chi ha definito l'obiettivo — che governa l'intera architettura della scelta. Non incontriamo mai quel criterio faccia a faccia: incontriamo soltanto i suoi effetti, distribuiti su milioni di raccomandazioni, mai la sua firma. 
C'è un'ipotesi più inquietante, e vale la pena enunciarla fino in fondo: la mancanza di volto non è un difetto del sistema, da correggere con più trasparenza. È, forse, la sua forma più efficace di potere. L'etica del volto presuppone un interlocutore che possa essere guardato, interrogato, messo di fronte alle conseguenze. Un potere che rinuncia strutturalmente ad avere un volto non elude l'etica per negligenza: la elude per costruzione. Non è che il campo firmato non abbia un volto per caso. È che il potere, in questa forma, ha imparato a non averne più bisogno. 
Si potrebbe obiettare che questo pessimismo sia eccessivo: esistono regolamenti, class action, autorità di controllo capaci di imputare responsabilità anche a un'entità distribuita, anche senza un volto singolo da indicare. È un'obiezione reale, e nella sua parte fattuale va accolta: il diritto ha sviluppato strumenti — dal GDPR alle nuove normative sull'intelligenza artificiale — che permettono di chiamare in causa un'azienda anche quando nessun individuo, al suo interno, ha deciso personalmente nulla. Ma quegli strumenti intervengono dopo: sanzionano un danno già avvenuto, correggono un campo già formato. L'obbligo di cui parla Levinas non è correttivo. È costitutivo: precede ogni calcolo, ogni infrazione, ogni sanzione, perché nasce nell'istante dell'incontro, non nella sua verifica successiva. Una norma può punire chi ha scritto il campo. Non può restituire, a chi in quel campo si è già formato, l'incontro che non ha mai avuto. 
È qui che la distinzione di Floridi smette di essere soltanto una tesi di ontologia dell'informazione e diventa una domanda che riguarda ciascuno di noi. Se il campo delle relazioni che ci formano è un campo firmato da un'autorialità senza volto, allora anche i processi che credevamo proprietà stabili del soggetto — il gusto, il giudizio, forse il discernimento stesso — vanno ripensati non come sostanze isolate ma come nodi che si formano dentro un campo che non possiamo mai guardare negli occhi. 
Non scegliamo più dentro un campo neutro. Scegliamo dentro un campo firmato — ma la firma non ha volto, e forse non lo avrà mai per scelta, non per caso. È la stessa asimmetria che questa rubrica aveva già incontrato, mesi fa, parlando della prima relazione non reciproca: un sistema che dialoga con noi senza rischiare nulla nell'incontro. Qui quell'asimmetria sale di un livello, e si fa più scomoda: non riguarda più soltanto chi ci parla, ma chi ha scritto le regole del parlare — e ha imparato a farlo senza mai comparire. Non è una domanda che si esaurisce in un articolo. È la domanda con cui Relazioni Aumentate proverà, nelle prossime settimane, a misurarsi campo per campo: il sé, il corpo, la memoria, l'educazione, l'amicizia, il potere. Continuiamo a cercare un volto a cui chiedere conto. Forse dovremmo chiederci, prima, perché il potere non ne abbia più bisogno. 

Bibliografia essenziale

Luciano Floridi, The Fourth Revolution; The Philosophy of Information. 
Gilbert Simondon, L'individuation à la lumière des notions de forme et d'information. 
Emmanuel Levinas, Totalité et Infini. 
Ashton Anderson, Lucas Maystre, Ian Anderson, Rishabh Mehrotra, Mounia Lalmas, "Algorithmic Effects on the Diversity of Consumption on Spotify", Proceedings of The Web Conference 2020 (WWW '20), pp. 2155–2165. 
Naijia Liu, Xinlan Emily Hu, Yasemin Savas, Matthew A. Baum, Adam J. Berinsky, Allison J. B. Chaney, Christopher Lucas, Rei Mariman, Justin de Benedictis-Kessner, Andrew M. Guess, Dean Knox, Brandon M. Stewart, "Short-term exposure to filter-bubble recommendation systems has limited polarization effects: Naturalistic experiments on YouTube", Proceedings of the National Academy of Sciences, 122(8), 2025.

PixelPost.it è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, n°164 del 15 Dicembre 2023