Relazioni aumentate, comprendere l’umano per abitare il digitale
Identità, gruppi, linguaggio e responsabilità non sono temi separati, ma parti di un unico processo: la riorganizzazione della vita sociale nell’era delle piattaforme.
Alfonso Benevento
11/16/2025
Parlare di relazioni digitali non significa parlare di tecnologia, ma dell’umano che la attraversa. Leggere il presente attraverso una lente psicologica, sociale e culturale, assumendo il digitale come uno degli ambienti fondamentali in cui oggi si costruisce la vita relazionale. Alcune delle principali trasformazioni che caratterizzano le relazioni nell’era delle piattaforme riguardano: la ridefinizione dell’identità, il ruolo dei gruppi, il conformismo, la polarizzazione, la radicalizzazione, la fragilità dell’empatia, la disumanizzazione del linguaggio, la questione della responsabilità e dell’anonimato, fino al tema della cittadinanza digitale come pratica collettiva. Non si tratta di fenomeni separati, ma di dimensioni interconnesse di uno stesso processo, la riorganizzazione della vita sociale all’interno di ambienti digitali complessi.
La psicologia sociale ci offre, lungo questo percorso, strumenti preziosi per comprendere ciò che accade. Fin dai lavori dello psicologo Kurt Lewin, sappiamo che il comportamento umano è sempre funzione della persona e dell’ambiente. Oggi quell’ambiente include in modo strutturale le piattaforme digitali. Ignorarlo significherebbe rinunciare a comprendere una parte decisiva delle dinamiche relazionali contemporanee. Uno degli elementi ricorrenti che emerge è la centralità dell’identità sociale. Online non siamo mai soltanto individui, ma membri di gruppi, portatori di appartenenze simboliche, immersi in dinamiche di riconoscimento e confronto. Come hanno mostrato gli studi dello psicologo sociale Henri Tajfel, l’identità si costruisce sempre in relazione all’altro. Nel digitale, questa relazione è resa più visibile, più rapida, ma anche più fragile. L’appartenenza può diventare una risorsa di senso, ma anche una trappola che riduce la complessità e irrigidisce le posizioni. Da qui derivano fenomeni come il conformismo e la polarizzazione. Le piattaforme, favorendo l’incontro tra simili e premiando l’allineamento, possono trasformarsi in spazi in cui il dissenso diventa costoso e il pensiero critico faticoso. La radicalizzazione non nasce improvvisamente, ma si alimenta di micro-processi quotidiani, di rinforzi simbolici, di chiusure progressive al confronto. Comprendere questi meccanismi non significa giustificarli, ma riconoscerne la natura profondamente sociale.
Un altro nodo centrale riguarda il linguaggio. Le parole che utilizziamo online non sono semplici strumenti espressivi, ma pratiche relazionali che costruiscono realtà. Come ci ha insegnato il filosofo Ludwig Wittgenstein, il significato nasce dall’uso, e l’uso del linguaggio definisce i confini del nostro mondo. Nel digitale, la semplificazione, l’ironia aggressiva e la riduzione dell’altro a etichetta possono progressivamente erodere l’empatia, aprendo la strada alla disumanizzazione. La questione della responsabilità attraversa in profondità tutte queste dinamiche. L’anonimato, spesso evocato come causa dei comportamenti devianti, è in realtà solo una parte del problema. Più rilevante è la frattura tra azione e conseguenza che l’ambiente digitale tende a produrre. Come ricordava il filosofo Hans Jonas, la responsabilità cresce con l’aumento del potere dell’agire umano. Nel digitale, questo potere è amplificato dalla velocità, dalla diffusione e dalla permanenza delle interazioni. Da qui emerge la necessità di ripensare la cittadinanza digitale come forma di responsabilità collettiva. Le piattaforme sono diventate spazi pubblici in cui si costruisce opinione, si esercita potere simbolico e si definiscono norme implicite. Come aveva già evidenziato il filosofo Jürgen Habermas, la qualità della vita democratica dipende dalle condizioni della comunicazione. Oggi, una parte significativa di quella comunicazione avviene online.
Educare alla cittadinanza digitale non significa, dunque, insegnare un galateo della rete o imporre regole dall’alto. Significa formare soggetti capaci di riconoscere la complessità delle relazioni, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di contribuire attivamente alla qualità dello spazio comune. In questo senso, l’educazione diventa il luogo privilegiato in cui tenere insieme conoscenza, etica e responsabilità. La riflessione filosofica e pedagogica contemporanea ha insistito a lungo su questo punto. Il pedagogo Edgar Morin ha parlato della necessità di un pensiero capace di connettere, di superare le semplificazioni e di abitare l’incertezza. Applicare questa prospettiva al digitale significa rifiutare letture riduttive, sia entusiaste sia catastrofiche, e assumere il compito più difficile quello di comprendere.
Le relazioni digitali non sono un capitolo accessorio della vita sociale, ma uno dei suoi luoghi centrali. Comprenderle significa comprendere noi stessi, le nostre fragilità, le nostre responsabilità, le nostre possibilità di convivenza. In un tempo in cui la tecnologia tende a essere raccontata come destino, occorre restituire centralità all’umano, perché le relazioni non sono mai determinate una volta per tutte. Sono pratiche, scelte, responsabilità, anche perché nell’era delle piattaforme, abitare il digitale in modo umano resta una possibilità aperta, che dipende da ciascuno di noi, ma soprattutto da ciò che scegliamo di costruire insieme.
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