Relazioni aumentate, perché oggi la psicologia sociale passa dalla rete
Le relazioni non si sono indebolite: si sono trasformate. Comprendere l’umano nell’epoca delle piattaforme significa riconoscere la rete come nuovo ambiente sociale, non come semplice tecnologia.
Alfonso Benevento
10/5/2025
La psicologia sociale è sempre stata una disciplina profondamente situata. Ha osservato l’essere umano nei contesti in cui prende forma la relazione, la famiglia, il gruppo, la comunità, le istituzioni educative e lavorative. Come ricordava lo psicologo Kurt Lewin, il comportamento umano è funzione della persona e dell’ambiente. Oggi, tuttavia, l’ambiente relazionale non può più essere pensato esclusivamente come fisico. Una parte consistente della vita sociale si svolge all’interno di spazi digitali che non rappresentano una semplice estensione tecnologica del reale, ma un nuovo contesto di esperienza, dotato di proprie regole, linguaggi e dinamiche di potere. Ignorare questo passaggio significa leggere il comportamento sociale con categorie incomplete. Le relazioni non si sono smaterializzate, né hanno perso autenticità. Si sono trasformate, perché sono diventate mediate. Come già aveva intuito il sociologo Marshall McLuhan, il medium non è un semplice canale, ma un ambiente che riorganizza le forme della percezione e dell’interazione. Applicare questo principio al digitale significa riconoscere che le piattaforme non si limitano a ospitare relazioni preesistenti, ma contribuiscono a ridefinirne struttura, intensità e significato.
Da questa consapevolezza nasce Relazioni aumentate, una rubrica che assume la rete come ambiente sociale a pieno titolo e utilizza gli strumenti della psicologia sociale per comprenderne gli effetti sull’identità, sui gruppi e sui processi di riconoscimento. L’obiettivo non è descrivere la tecnologia, ma interrogare l’umano che la abita. Uno degli equivoci più persistenti nel dibattito contemporaneo è la contrapposizione tra reale e virtuale. Questa dicotomia non regge più dal punto di vista scientifico. Le relazioni online producono effetti reali sul piano emotivo, cognitivo e sociale. Come osserva il filosofo Luciano Floridi, viviamo all’interno di un’infosfera in cui online e offline sono dimensioni interconnesse della stessa esperienza. Le relazioni digitali, dunque, non sono meno reali, ma diversamente strutturate. In questo ambiente l’identità assume una forma nuova. Non è più soltanto vissuta, ma costantemente esposta. La psicologia sociale ha mostrato, a partire dagli studi del sociologo Erving Goffman, come la vita sociale sia attraversata da dinamiche di rappresentazione del sé. Nel contesto digitale questa rappresentazione diventa continua, pubblica e misurabile. L’identità non si costruisce soltanto attraverso il riconoscimento qualitativo dell’altro, ma anche attraverso segnali numerici che funzionano come indicatori sociali di valore. Il bisogno di riconoscimento, centrale nello sviluppo dell’identità secondo la psicologia sociale e la filosofia del riconoscimento, trova nelle piattaforme una forma inedita. La visibilità diventa una condizione quasi necessaria dell’esistenza sociale. Questo processo, tuttavia, comporta una trasformazione profonda della relazione, che rischia di scivolare dalla reciprocità alla performance. Come osserva il filosofo Byung-Chul Han, la società della trasparenza e dell’esposizione permanente produce soggetti che interiorizzano il controllo e si auto-ottimizzano per restare visibili.
Le relazioni in rete non sono solo individuali, ma profondamente collettive. Le piattaforme digitali sono strutturate intorno a gruppi, comunità e reti di appartenenza. La psicologia sociale ha da tempo evidenziato come il gruppo rappresenti una potente fonte di identità e sicurezza, ma anche un contesto in cui si rafforzano conformismo e polarizzazione. Gli studi sull’identità sociale di Henri Tajfel mostrano come la distinzione tra noi e loro sia un meccanismo fondamentale della vita sociale. Nel digitale questo meccanismo tende a intensificarsi, favorito da architetture che premiano l’omogeneità e penalizzano il dissenso. In questo scenario si inserisce un ulteriore livello di mediazione quello algoritmico. Le relazioni digitali non avvengono in spazi neutri, ma all’interno di sistemi progettati per orientare l’attenzione e massimizzare l’engagement. La tecnologia non determina in modo meccanico il comportamento umano, ma contribuisce a configurare il contesto entro cui esso prende forma. Come sottolineano gli studi sulla tecnologia come costruzione sociale, il design delle piattaforme incorpora visioni del mondo e modelli di relazione. Interrogarsi su questo aspetto significa riconoscere che le relazioni in rete sono sempre anche relazioni mediate da scelte tecniche e commerciali. Dal punto di vista etico, questa consapevolezza è cruciale. L’etica digitale non può limitarsi alla protezione dei dati o alla regolazione degli strumenti. Deve interrogare le conseguenze relazionali delle tecnologie. Il filosofo tedesco Hans Jonas ricordava che la responsabilità cresce con il potere dell’agire umano. Nell’epoca delle piattaforme, questo potere riguarda anche la capacità di influenzare relazioni, comportamenti e processi di riconoscimento. La dimensione educativa diventa allora centrale. Pedagoghi come Edgar Morin hanno insistito sulla necessità di educare alla complessità. Applicare questo principio al digitale significa formare soggetti capaci di leggere le dinamiche relazionali, riconoscere i meccanismi di influenza e assumere responsabilità nelle interazioni. Non si tratta soltanto di competenze tecniche, ma di competenze relazionali, critiche ed etiche.
La rubrica Relazioni aumentate nasce con questa ambizione, offrire uno spazio di riflessione che metta in dialogo psicologia sociale, filosofia, sociologia, pedagogia, etica e studi sul digitale per comprendere come le relazioni stiano cambiando e, soprattutto, come possano essere abitate in modo più consapevole. Pensare le relazioni nell’era delle piattaforme non è un esercizio astratto. È un atto culturale e civile, perché dal modo in cui ci relazioniamo dipende la qualità stessa della vita sociale contemporanea.
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