Restare, la presenza come forma ultima di cura nell’era dell’IA

Quando la tecnologia ha già fatto tutto, resta la presenza. La relazione umana diventa l’ultimo gesto di cura non delegabile.

Matteo Benevento

6/2/2025

person's hang reaching out sunlight
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La medicina è capace di fare moltissimo. Può analizzare immagini con precisione straordinaria, prevedere esiti con modelli complessi, suggerire terapie personalizzate in tempi rapidissimi. L’intelligenza artificiale (IA) ha ampliato il campo dell’azione clinica, rendendo possibile ciò che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile. Eppure, proprio quando la capacità di fare cresce, emerge una domanda più silenziosa ma decisiva: che cosa significa restare? Quando non c’è più nulla da aggiungere in termini di interventi, quando le opzioni si riducono, quando la tecnologia ha già detto tutto ciò che può dire, che cosa resta della cura? Restare non è un concetto tecnico. Non compare nei protocolli, non è misurabile in indicatori di performance. Eppure, è una delle esperienze più profonde della relazione di cura. Restare significa non sottrarsi quando la situazione diventa difficile, quando l’incertezza aumenta, quando il limite è evidente. Nell’era dell’IA, in cui molte funzioni possono essere delegate, la presenza diventa ciò che non è delegabile.

Per il paziente, la presenza è spesso ciò che distingue l’essere curato dall’essere trattato. Una terapia può essere corretta, una procedura appropriata, un algoritmo accurato. Ma se manca la sensazione che qualcuno resti, che non scompaia dietro lo schermo o dietro il flusso delle decisioni automatizzate, la cura perde profondità. Il rischio non è che la medicina diventi sbagliata, ma che diventi distante. Restare non significa fare di più. Significa essere lì. Ascoltare, anche quando non ci sono risposte nuove. Condividere il tempo, anche quando non porta a una soluzione. La presenza non elimina la sofferenza, ma la rende abitabile. L’IA può ottimizzare processi, ma non può condividere il silenzio. Non può sostenere uno sguardo, non può modulare la propria attenzione in base a una fragilità che emerge all’improvviso. Queste dimensioni restano irriducibilmente umane. Nel rapporto medico-paziente, la presenza è spesso ciò che permette di attraversare i momenti di passaggio. Una diagnosi difficile, una prognosi incerta, una decisione di fine vita. In questi momenti, la quantità di informazioni è meno importante della qualità della relazione. Il paziente non chiede solo che cosa succede, ma implicitamente tu resti con me mentre succede? Questa domanda non può essere soddisfatta da un sistema automatizzato. Oggi la medicina rischia di confondere la presenza con la disponibilità tecnica. Essere raggiungibili, aggiornare una cartella, inviare un referto non equivale a restare. La presenza è intenzionale. Richiede attenzione piena, anche per un tempo breve. È una scelta, non una funzione. In un sistema che premia l’efficienza, scegliere la presenza può sembrare improduttivo. Ma è proprio questa scelta che mantiene la cura come relazione e non solo come servizio. Restare è anche una forma di responsabilità. Significa non abbandonare il paziente al momento del limite. Quando non ci sono più opzioni curative, il rischio è che la tecnologia continui a proporre alternative marginali mentre la relazione si assottiglia. Restare significa riconoscere che la cura cambia forma, ma non scompare. Diventa accompagnamento, sostegno, protezione della dignità. L’IA non ha una grammatica per questo tipo di cura. Per il medico, restare è spesso la parte più faticosa. Richiede di tollerare l’impotenza, di rinunciare all’azione risolutiva, di accettare che la propria competenza non si traduca in un intervento efficace. Nell’era dell’IA, questa fatica può aumentare, perché il confronto con una tecnologia sempre operativa rende l’inazione ancora più difficile da accettare. Ma restare non è inattività. È un’azione diversa, meno visibile, ma non meno significativa.

La presenza è anche una forma di protezione contro la disumanizzazione dei processi. Quando le decisioni sono mediate da sistemi complessi, il rischio è che nessuno si senta veramente responsabile. Restare significa assumersi la responsabilità di essere il punto di riferimento umano. Di dire sono qui anche quando il sistema parla con molte voci. Questa presenza ricostruisce continuità in un contesto frammentato. La letteratura scientifica sottolinea che la continuità relazionale è associata a migliori esiti, soprattutto nei contesti di cronicità e fine vita. Mostra che la percezione di presenza e accompagnamento riduce l’ansia, migliora la qualità della vita e rafforza la fiducia nei sistemi di cura. Anche quando la guarigione non è possibile, la presenza resta terapeutica. La presenza è messa alla prova anche dalla mediazione tecnologica. Telemedicina, monitoraggi a distanza, interazioni asincrone possono aumentare l’accesso, ma rischiano di ridurre il senso di prossimità. Restare, in questi contesti, richiede nuove competenze. Saper comunicare attenzione attraverso uno schermo, saper modulare il linguaggio, saper rendere visibile la propria disponibilità. La presenza non scompare con la tecnologia, ma cambia forma. Va coltivata. Imparare a restare è una lezione fondamentale e spesso implicita. Si impara osservando come i professionisti affrontano i momenti in cui non c’è una risposta tecnica. Come restano nella stanza, come parlano, come gestiscono il silenzio. Questa competenza è ciò che distingue un medico da un sistema esperto. L’IA può fornire informazioni, ma non può insegnare a restare.

La presenza è anche una scelta etica. In una medicina orientata ai risultati, restare con chi non migliora può sembrare una sconfitta. In realtà, è un’affermazione di valore. Significa che la dignità della persona non dipende dall’esito clinico. Che la cura non è condizionata alla possibilità di successo. Questo principio è centrale per una medicina giusta, soprattutto nell’era dell’ottimizzazione algoritmica. Restare è anche un atto controcorrente. Significa resistere alla tentazione di delegare tutto ciò che è difficile alla tecnologia. Significa accettare che la cura non è sempre efficiente, ma è sempre relazionale. Significa riconoscere che, alla fine, ciò che resta nella memoria del paziente non è la precisione dell’algoritmo, ma la presenza di una persona.

Alla fine, la presenza è la forma ultima di cura perché non dipende dalle possibilità tecniche. Dipende dalla scelta di esserci. Nell’era dell’intelligenza artificiale, questa scelta diventa ancora più preziosa, perché è ciò che nessuna macchina può replicare. Quando tutto sembra poter essere fatto da sistemi intelligenti, la medicina resta umana finché qualcuno sceglie di restare. Non per risolvere tutto, ma per non lasciare solo chi attraversa la fragilità. E forse è proprio in questo restare che la cura trova il suo significato più profondo.