Sostenibilità digitale e legami sociali, perché il vero costo dell’innovazione è relazionale

L’innovazione non consuma solo energia e risorse: consuma relazioni. Senza legami sostenibili, nessuna trasformazione digitale può dirsi davvero sostenibile.

Alfonso Benevento

12/14/2025

blue and white desk globe on green grass field during daytime
blue and white desk globe on green grass field during daytime

Quando si parla di sostenibilità digitale, il dibattito pubblico tende a concentrarsi su aspetti misurabili: consumo energetico dei data center, impatto ambientale delle infrastrutture, smaltimento dei dispositivi elettronici. Tutti temi fondamentali, che richiedono attenzione e politiche responsabili. Eppure, c’è una dimensione della sostenibilità che rimane spesso sullo sfondo, meno visibile ma non meno decisiva, quella relazionale. L’innovazione digitale non consuma solo risorse materiali. Consuma tempo, attenzione, qualità dei legami. Ed è proprio qui che si gioca una delle sfide culturali più rilevanti del nostro tempo. Le tecnologie digitali, e in particolare le piattaforme e i sistemi di intelligenza artificiale (IA), promettono efficienza, connessione permanente, ottimizzazione delle interazioni. Ma ogni promessa di efficienza porta con sé un costo. Non sempre economico, non sempre immediatamente percepibile. Spesso il prezzo dell’innovazione viene pagato in termini di relazioni impoverite, di comunicazioni accelerate, di legami resi più fragili e reversibili. Dal punto di vista sociologico, questa dinamica non è casuale. Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto la modernità avanzata come un tempo di legami liquidi, caratterizzati da instabilità e precarietà. Il digitale non ha creato questa condizione, ma l’ha resa strutturale. Le piattaforme favoriscono connessioni rapide, facilmente attivabili e altrettanto facilmente interrompibili. La relazione diventa accesso, la presenza diventa disponibilità, l’incontro diventa interazione funzionale. In questo scenario, la sostenibilità non può essere ridotta a una questione ambientale o tecnica. È anche una questione sociale e culturale. Una società che innova consumando sistematicamente i legami rischia di diventare insostenibile, anche se i suoi dispositivi sono energeticamente efficienti. La sostenibilità digitale, allora, non riguarda solo ciò che utilizziamo, ma come stiamo insieme mentre utilizziamo la tecnologia.

La psicologia sociale offre strumenti preziosi per comprendere questo passaggio. Fin dai lavori dello psicologo Kurt Lewin, sappiamo che il comportamento umano è profondamente influenzato dall’ambiente. Oggi l’ambiente relazionale è in larga parte mediato dal digitale. Questo ambiente privilegia la rapidità, la semplificazione, la riduzione della complessità. Ma le relazioni umane non funzionano secondo queste logiche senza subire trasformazioni profonde. Uno degli effetti più evidenti è la compressione del tempo relazionale. Le interazioni digitali tendono a essere brevi, frammentate, orientate allo scopo. Si comunica per risolvere, per reagire, per rispondere. Meno per comprendere. La sostenibilità dei legami, invece, richiede tempo condiviso, ascolto, possibilità di fraintendimento e di chiarimento. Richiede lentezza, una risorsa sempre più scarsa nell’ecosistema digitale.

La filosofia ha da tempo interrogato il rapporto tra tecnica e mondo umano. Il filosofo Martin Heidegger aveva messo in guardia contro una concezione della tecnica che riduce l’essere a fondo disponibile, a risorsa da gestire. Applicata alle relazioni, questa logica produce un effetto di oggettivazione, l’altro diventa un contatto, un profilo, un nodo di rete. Non più una presenza con cui costruire senso, ma una funzione con cui interagire.

Anche la pedagogia contemporanea ha sottolineato come l’educazione non possa prescindere dalla qualità delle relazioni. Il pedagogista John Dewey ricordava che l’esperienza educativa è sempre un’esperienza sociale. Se l’ambiente digitale in cui studenti e docenti vivono è caratterizzato da relazioni fragili e strumentali, anche l’apprendimento rischia di diventare fragile e strumentale. In questo senso, la sostenibilità digitale è una questione educativa prima ancora che tecnologica. L’intelligenza artificiale introduce un ulteriore livello di complessità. I sistemi intelligenti sono progettati per ottimizzare processi, prevedere comportamenti, ridurre l’incertezza. Queste funzioni sono estremamente utili in molti ambiti, ma diventano problematiche quando vengono applicate indiscriminatamente alle relazioni. Le relazioni, infatti, non sono ottimizzabili senza perdere una parte essenziale della loro natura: l’imprevedibilità.

Dal punto di vista etico, questo nodo è stato affrontato da diversi studiosi, filosofo Luciano Floridi ha sottolineato come l’innovazione tecnologica debba essere valutata in base al suo impatto sull’ecosistema informazionale e sociale. Un ambiente digitale sostenibile è un ambiente che preserva la possibilità di relazioni significative, non solo di interazioni efficienti. La sostenibilità relazionale riguarda anche il linguaggio. La comunicazione digitale tende a semplificare, a polarizzare, a ridurre la complessità dell’altro. Come ci ha insegnato Il filosofo Ludwig Wittgenstein, il linguaggio non è un semplice strumento neutro, ma il luogo in cui prende forma il nostro mondo. Un linguaggio impoverito produce relazioni impoverite. E relazioni impoverite rendono la società meno sostenibile.

Dal punto di vista psicologico, la qualità dei legami è un fattore determinante per il benessere individuale e collettivo. Gli studi sull’attaccamento e sul riconoscimento mostrano come la stabilità relazionale sia una condizione fondamentale per lo sviluppo dell’identità. Il filosofo Axel Honneth ha evidenziato come il riconoscimento sia una risorsa morale essenziale. Un ambiente digitale che frammenta il riconoscimento, che lo rende intermittente e competitivo, produce costi sociali che non possono essere ignorati. In questo senso, parlare di sostenibilità digitale significa allargare lo sguardo. Non basta chiedersi quanta energia consuma un sistema tecnologico. Bisogna chiedersi quanta attenzione, cura e relazione consuma. Una tecnologia che rende le relazioni più rapide ma meno profonde può essere efficiente nel breve periodo, ma insostenibile nel lungo.

La sfida, allora, non è rallentare l’innovazione, ma orientarla. Come ricorda il sociologo Edgar Morin, il pensiero complesso è l’unico in grado di tenere insieme dimensioni diverse senza ridurle. Applicare questa prospettiva al digitale significa progettare e utilizzare tecnologie che non erodano i legami, ma li sostengano. La scuola, le istituzioni culturali, i media hanno un ruolo decisivo in questo processo. Educare alla sostenibilità digitale significa educare a un uso consapevole delle tecnologie, capace di riconoscere il valore del tempo, della relazione, della presenza. Significa insegnare che non tutto ciò che è possibile è anche desiderabile, e che il progresso non coincide automaticamente con l’accelerazione. Il vero costo dell’innovazione non è sempre visibile nei bilanci energetici o nei report di impatto. Spesso si manifesta nella qualità delle relazioni, nella capacità di stare insieme, nella tenuta del tessuto sociale. Senza relazioni sostenibili non può esistere una società sostenibile. E perché, nell’era digitale, la sfida più grande non è innovare di più, ma innovare senza consumare l’umano.