Tra linee guida e singolarità chi viene prima?
Le raccomandazioni basate sulle evidenze offrono sicurezza, ma la cura prende senso solo quando vengono adattate alla storia e ai valori della persona.
Matteo Benevento
11/3/2025
La medicina di oggi è attraversata da una tensione che non è nuova, ma che oggi diventa strutturale. Da una parte ci sono le linee guida, sempre più dettagliate, aggiornate, sostenute da grandi quantità di evidenze e, sempre più spesso, integrate in sistemi di intelligenza artificiale (IA). Dall’altra c’è il paziente reale, con la sua storia, le sue preferenze, le sue fragilità, le sue contraddizioni. In mezzo c’è il medico, chiamato a decidere. La domanda è semplice solo in apparenza, quando linee guida e singolarità entrano in conflitto, chi viene prima?
Le linee guida nascono per un motivo legittimo. Servono a ridurre la variabilità ingiustificata, a promuovere pratiche basate sulle migliori evidenze disponibili, a proteggere pazienti e professionisti. In molti ambiti hanno migliorato la qualità delle cure, riducendo errori e trattamenti inefficaci. Spesso, però, le linee guida non sono più solo documenti consultabili. Sono incorporate nei software clinici, nei sistemi di supporto decisionale, negli algoritmi che suggeriscono percorsi e opzioni. La loro presenza è costante, spesso silenziosa, ma incisiva. Questo cambiamento modifica il modo in cui le linee guida vengono vissute. Non sono più uno strumento di orientamento, ma rischiano di diventare una norma implicita. Seguirle appare sicuro, discostarsene espone. In un contesto segnato da medicina difensiva, da tracciabilità digitale e da valutazioni ex post, la linea guida diventa anche una protezione. Il problema nasce quando la protezione prende il posto del giudizio. Il paziente reale, però, non è mai identico al paziente medio su cui le linee guida sono costruite. Ha comorbidità, contesti sociali specifici, risorse diverse, valori che non sempre coincidono con l’obiettivo clinico astratto. La singolarità non è un’eccezione rara. È la regola della pratica clinica. Ogni decisione è, in fondo, una negoziazione tra ciò che funziona in generale e ciò che è giusto per quella persona.
L’intelligenza artificiale può accentuare questa tensione. Gli algoritmi lavorano per definizione su grandi numeri, su pattern ricorrenti, su correlazioni statistiche. Sono straordinariamente efficaci nel riconoscere ciò che è tipico, frequente, prevedibile. Faticano, invece, con ciò che è atipico, ambiguo, contestuale. Quando un sistema suggerisce una decisione ottimale, sta parlando in termini di probabilità, non di senso. Il medico deve tradurre quella probabilità in una scelta concreta. Il rischio è che la singolarità venga percepita come una deviazione fastidiosa. Come qualcosa che complica il percorso standard. In questo scenario, il paziente può sentirsi adattato al protocollo, invece che il protocollo adattato al paziente. La cura diventa corretta sul piano formale, ma distante sul piano umano. Questo scarto è spesso invisibile alle metriche, ma molto presente nell’esperienza vissuta. La letteratura scientifica mostra che la personalizzazione delle cure non è un capriccio, ma una necessità. Studi pubblicati su BMJ e The Lancet indicano che l’aderenza alle terapie e gli esiti clinici migliorano quando le decisioni tengono conto delle preferenze del paziente e del contesto di vita. Le linee guida funzionano meglio quando sono flessibili, quando lasciano spazio all’adattamento. Quando diventano rigide, perdono efficacia. Anche la dimensione etica è importante. Decidere di seguire una linea guida non è un atto neutro. È una scelta che ha conseguenze sulla vita di una persona. Se il paziente non condivide gli obiettivi impliciti della linea guida, la decisione rischia di essere tecnicamente corretta ma eticamente problematica. Parlare di decisione condivisa non è più opzionale, ma è una risposta necessaria alla complessità.
Il medico si trova così in una posizione delicata. Da un lato, è chiamato a rispettare standard e raccomandazioni. Dall’altro, è responsabile di una decisione che riguarda un individuo concreto. L’intelligenza artificiale può fornire supporto, ma non può sciogliere questa tensione. Può indicare cosa è raccomandato, ma non può stabilire cosa è giusto. Questo passaggio resta umano, e le linee guida devono essere strumenti a supporto del giudizio clinico, non sostituti. Devono orientare, non determinare. Questo principio diventa ancora più importante quando le linee guida sono mediate da sistemi automatizzati che possono amplificarne l’autorità percepita. L’IA rischia di rafforzare un apprendimento procedurale, in cui il compito è scegliere l’opzione giusta da un menu, piuttosto che costruire una decisione, se il medico non è consapevole proprio dei limiti delle linee guida. La medicina non è una sequenza di scelte predefinite è una pratica interpretativa.
La singolarità non è un ostacolo all’evidenza scientifica. È il luogo in cui l’evidenza diventa significativa. Senza singolarità, la medicina si riduce a statistica applicata. Con la singolarità, la statistica diventa uno strumento al servizio della persona. Questa distinzione è sottile, ma decisiva. La vera competenza clinica non sta nel sapere quale linea guida seguire, ma nel sapere quando e come adattarla. Questo richiede conoscenza, certo, ma anche coraggio di assumersi la responsabilità di una scelta che non coincide perfettamente con lo standard. Coraggio di spiegare, di documentare, di condividere. L’IA può aiutare a rendere esplicite le opzioni, ma non può assumersi questo coraggio. Per il paziente, sentirsi riconosciuto nella propria singolarità è fondamentale. Non significa ricevere una cura “speciale” nel senso di privilegiata, ma una cura appropriata al proprio corpo, alla propria vita, ai propri valori. Quando questo accade, la fiducia cresce. Quando non accade, anche la migliore linea guida può essere vissuta come imposizione.
Alla fine, la domanda “chi viene prima?” non ha una risposta univoca. Non si tratta di scegliere tra linee guida e singolarità, ma di tenere insieme le due dimensioni. Le linee guida offrono una base solida. La singolarità dà senso a quella base. Il medico è il punto di incontro tra queste due istanze. L’intelligenza artificiale rende questa mediazione più complessa, ma anche più visibile. Mostra con chiarezza ciò che è standardizzabile e ciò che non lo è. La buona medicina nasce proprio qui, nel riconoscere che non tutto può essere ridotto a protocollo. Finché la medicina si prenderà cura di persone e non solo di casi, la singolarità dovrà venire prima. Non contro le linee guida, ma attraverso di esse, grazie a un giudizio umano che nessun algoritmo può sostituire.
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