La differenza tra
Umano-centrismo o
Umanocentrismo

Nel dibattito contemporaneo sul rapporto tra umano e tecnologia, anche le parole contano. Non come etichette, ma come posizioni di pensiero. È il caso della distinzione tra umanocentrismo e umano-centrismo, due termini che a prima vista sembrano sovrapponibili, ma che in realtà raccontano visioni molto diverse del nostro stare nel mondo digitale.

L’umanocentrismo, nella sua forma classica, affonda le radici nella lunga tradizione umanistica occidentale. È l’idea secondo cui l’essere umano occupa il centro del mondo, ne è misura, fine e criterio ultimo di valore. Questa prospettiva ha avuto una funzione storica fondamentale: ha restituito dignità all’uomo, ha fondato i diritti, ha posto limiti al potere arbitrario. Ma nel tempo, soprattutto con l’avvento delle grandi infrastrutture tecnologiche e degli ecosistemi digitali complessi, ha mostrato anche le sue fragilità. Quando il centro diventa dominio, quando la centralità si trasforma in sovranità, il rischio è quello di ridurre tutto ciò che non è umano — ambiente, tecnica, alterità — a semplice strumento.

Nel XXI secolo, segnato dall’intelligenza artificiale, dalla mediazione algoritmica e dalla delega crescente di decisioni a sistemi automatici, l’umanocentrismo rischia di essere una risposta insufficiente. Non perché l’umano abbia perso valore, ma perché la complessità dei sistemi in cui viviamo rende illusoria l’idea di un controllo totale e di un primato indiscusso.

È in questo spazio critico che si colloca la scelta dell’umano-centrismo. Il trattino non è un dettaglio grafico, ma una presa di posizione concettuale. L’umano-centrismo non afferma che tutto ruoti attorno all’uomo, ma che ogni sistema tecnologico debba rendere conto all’umano. Non rivendica un centro di potere, ma individua un punto di responsabilità.

L’umano-centrismo riconosce che viviamo in ambienti ibridi, popolati da attori umani e non umani, da algoritmi, piattaforme, infrastrutture invisibili. In questi contesti, l’essere umano non è il sovrano del sistema, ma il soggetto chiamato a rispondere delle sue conseguenze. È qui che la centralità cambia significato: non più dominio, ma cura; non più controllo, ma consapevolezza; non più primato, ma relazione.

Per questo l’umano-centrismo è la scelta più coerente per l’Umanetica. Perché l’Umanetica nasce proprio dal rifiuto delle semplificazioni: non contrappone l’uomo alla macchina, non demonizza la tecnologia, non sacralizza l’algoritmo. Chiede invece di ricucire ciò che il digitale tende a separare — azione e responsabilità, decisione e conseguenza, profilo e persona.

L’Umanetica non ha bisogno di un centro da difendere, ma di un orizzonte da abitare. E in questo orizzonte, l’umano non è il padrone della tecnica, ma il custode del senso. È chiamato a prendersi carico del capitale semantico che produce, delle relazioni che attiva, degli effetti che genera nell’infosfera.

Scegliere l’umano-centrismo significa, allora, assumere una postura etica prima ancora che teorica. Significa riconoscere che, anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la responsabilità non può essere delegata. E che il vero centro, oggi, non è l’uomo come misura di tutte le cose, ma l’umano come misura delle conseguenze.